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Periodica Magazine: lo spazio per il dialogo aperto

MA ANCHE NO

Ma anche no: frasi che preferiremmo evitare di sentire, ma che purtroppo ci troviamo a dover affrontare TI DANNO DA MANGIARE?  FATTI UNA RISATA SEI FIDANZAT3? SEI TROPPO SILENZIOS3 MA TANTO TU LAVORI DA CASA QUANTO PRENDI AL MESE? TI SI VEDONO LE OSSA HAI LE OSSA GROSSE? SEI SEMPRE FUORI CASA CHE CI VAI A FARE IN PALESTRA  TU SEI ANCORA GIOVANE SEI PERMALOS3 FAI SPORT? NON SI DIREBBE MA MANGI SEMPRE FUORI SEI QUI TUTTA SOLETTA? QUANTI ESAMI TI MANCANO? QUELLO LO MANGI TUTTO? NON PENSI DI SPENDERE TROPPO A QUANTO UN BAMBINO? SEI TROPPO SENSIBILE NON È UNA VERA MALATTIA INFANTILE  OGGI HAI LO STRIZZACERVELLI? NON ESSERE MELODRAMMATIC3 HAI IL CICLO?  TU QUANDO TI SPOSI? NON HAI UN DISTURBO ALIMENTARE, SEMBRI NORMALE CHE ESAGERAT3 POSSIAMO RESTARE AMICI  SEI CAMBIAT3  TU NON CAPISCI  Le parole sono pietre, ancor più se caricate dal peso dei giudizi. Ognuno di noi custodisce nella memoria frasi che avrebbe preferito non sentire, ferite verbali che si sono insinuate profondamente. Nella comunicazione ci sono tattiche distruttive che possono essere così categorizzate: La svalutazioneÈ una tattica subdola che usa parole per minimizzare il valore dell'altro individuo. Attraverso un linguaggio mirato si cerca non solo di screditare, ma di sminuire la sua essenza.   La squalificazioneQui l'obiettivo non è solo ridurre, ma annullare completamente l'individuo minando l'autostima e la percezione di sé con frasi come "non servi a niente", "sei la persona più inutile del mondo", "non sei all'altezza di nessuno".   La disconfermaQuesta tattica ha l'obiettivo di ignorare completamente l'individuo. Non importa se le azioni siano giuste o sbagliate. La persona viene trattata come se non esistesse creando una sorta di vuoto emotivo che può essere devastante. Alla luce di tutto questo, esiste un modo per difendersi? Esistono strategie che possiamo adottare per proteggerci e preservare la nostra salute emotiva. Ecco alcuni modi con cui possiamo costruire la nostra “armatura”: Auto-riflessioneComprendere le radici di queste emozioni può essere il primo passo per affrontarle. EmpatiaL'empatia può aiutare a sviluppare una prospettiva più ampia ed essere più forti e  comprensivi. Dialogo apertoParlare apertamente, con la persona che ha espresso giudizi o pregiudizi, usando un linguaggio rispettoso e condividendo le proprie opinioni senza attaccare può favorire la comprensione reciproca. EducazioneEducare gli altri sulla natura dei giudizi e sui loro effetti dannosi. A volte è la mancanza di conoscenza la radice di tutto. Distacco emotivoEvitare la reazione impulsiva è sempre consigliabile. Sarebbe meglio non rispondere immediatamente con rabbia e prendersi del tempo per riflettere, così da evitare reazioni altrettanto spiacevoli dettate dalle emozioni. Promozione della diversitàPartecipare a iniziative che promuovano la diversità e l'inclusione è contribuire a creare un ambiente che valorizzi le differenze. Inspirare il cambiamentoEssere un esempio positivo per gli altri può ispirare un cambiamento positivo nell'ambiente che ci circonda.A tutti può capitare di pronunciare parole nocive occasionalmente, ma quando questa diventa un'abitudine, emerge la necessità di esprimere chiaramente il proprio dispiacere, fastidio e dolore. In che modo affrontate una situazione in cui le parole dannose diventano una consuetudine? *Le frasi selezionate per questo articolo sono frutto di un sondaggio anonimo avvenuto su Instagram, grazie a tutt3 coloro hanno lasciato la propria testimonianza   EMILIA BIFANO

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Medicina di genere e post pandemia: siamo nel 2024, ma qual è la situazione della salute femminile?

Medicina di genere e post pandemia: siamo nel 2024, ma qual è la situazione della salute femminile?

Nel corso degli ultimi anni, il mondo è stato testimone di profonde trasformazioni nella sfera della Global Health e nella stessa Global Health Workforce.    La pandemia di COVID-19, difatti, ha evidenziato le fragilità e le criticità dei singoli sistemi sanitari e ha posto l'attenzione sulle diverse disparità presenti, tra cui quelle legate al genere.  Il 2024 si apre davanti a noi come un capitolo cruciale nella storia della salute globale e la medicina di genere emerge come uno degli elementi centrali in questa narrazione.  Dopo l'impatto devastante della pandemia, è essenziale esaminare attentamente come la salute femminile si è evoluta, considerando, sì, le molteplici sfide e le potenziali opportunità che si delineano all'orizzonte, ma soprattutto i punti critici e le differenze presenti allo stesso livello nei confronti degli uomini. Il concetto di medicina di genere è emerso come risposta alle inequità di genere che permeano non solo la società, ma anche il campo della salute. La medicina di genere si propone di analizzare e comprendere le differenze biologiche, psicologiche e sociali tra uomini e donne, riconoscendo che il genere ha un ruolo imprescindibile nella salute di ogni individuo.  Le disparità di genere nella medicina vanno oltre alle mere differenze anatomiche: coinvolgono anche fattori sociali, culturali, linguistici ed economici. Nel contesto della recente emergenza sanitaria, queste differenze sono emerse in modo più evidente, evidenziando le disuguaglianze nella distribuzione del carico di lavoro, nell'accesso alle risorse e nella vulnerabilità a impatti sanitari specifici. La pandemia da Covid-19 ha colpito in misura maggiore le donne, con un rischio circa doppio di sviluppare quadri sindromici a lungo termine e una probabilità più elevata di presentare sintomi persistenti e più intensi. Secondo i dati dell’European Institute for Gender Equality, su 49 milioni di persone impiegate nel settore sanitario, uno dei più esposti al virus, il 76% erano donne, che risultavano, inoltre, sovra-rappresentate nei servizi essenziali rimasti aperti durante la pandemia. La situazione generata dalla pandemia di Covid-19, con le relative restrizioni e la diffusione del lavoro da casa, ha imposto alle donne, che costituiscono l'80% dei caregiver, ulteriori responsabilità legate alle cure, causate dalla chiusura delle scuole e dei servizi per l'infanzia e per gli anziani.  Questa complessa condizione le ha costrette a bilanciare le esigenze dello smart working con quelle della cura familiare.  Secondo i rapporti provenienti da oltre 142 Paesi, la violenza contro le donne è aumentata come risultato delle misure governative adottate per contrastare la diffusione del virus.  Questo dato è estremamente preoccupante, specialmente considerando le sue conseguenze a lungo termine, che vanno oltre gli aspetti psico-fisici e includono isolamento, incapacità di lavorare e limitata capacità di prendersi cura di sé stesse. Le donne in Italia, come in molte altre parti del mondo, sono designate dalla società, di stampo patriarcale in cui, purtroppo, viviamo tuttə, come caregiver primari all'interno delle famiglie.  Affrontare queste disparità richiede un impegno a lungo termine per creare sistemi di assistenza sanitaria più equi e centrati sul paziente. Uno degli aspetti più delicati e urgenti riguarda la salute mentale delle donne.  La pandemia ha messo in evidenza il crescente carico di stress e ansia, con donne che spesso svolgono il ruolo di caregiver primario e sono le sole - e da sole - a gestire il mantenimento dell'equilibrio tra lavoro e vita familiare.  Questo ruolo può comportare notevoli sfide per la loro salute, poiché spesso trascurano le proprie necessità mediche per prendersi cura degli altri.  La mancanza di supporto per il caregiving e la mancanza di politiche aziendali adeguate a garantire flessibilità lavorativa possono aggravare ulteriormente la situazione, ostacolando l'accesso alle cure per le donne. Nel 2024, è necessario investire in programmi specifici di salute mentale femminile, riconoscendo l'importanza di affrontare le complesse sfide legate al benessere psicologico, che possono avere impatti a lungo termine sulla salute complessiva e generale. Un altro elemento cruciale nel panorama della salute femminile è l'accesso equo alle cure e alla prevenzione.  Le barriere economiche, culturali e geografiche devono essere affrontate per garantire che ogni donna abbia accesso a cure di alta qualità e preventive, contribuendo così a ridurre le disparità di salute. È essenziale valutare se le donne abbiano la stessa accessibilità agli screening, ai trattamenti e alle risorse preventive rispetto agli uomini.  La medicina di genere deve guidare l'implementazione di politiche e di pratiche mediche che garantiscano un trattamento equo e personalizzato per le donne in tutte le fasi della vita. La salute riproduttiva è un aspetto altrettanto fondamentale della salute femminile, ma molte donne in Italia affrontano ancora sfide significative nell'accesso a questi servizi.  L'accesso a contraccettivi, consulenze sulla pianificazione familiare e servizi di interruzione volontaria di gravidanza può essere limitato da fattori culturali, religiosi e legislativi, soprattutto se la coalizione di partiti al governo ne è contro.  Queste restrizioni mettono a rischio la salute e il benessere delle donne, costringendole a cercare soluzioni in contesti non sicuri o ad affrontare gravidanze indesiderate. Un altro dei principali ostacoli all'accesso alle cure, per le donne, in Italia, è rappresentato dalle disparità economiche e socioculturali: donne con redditi e titoli di studio più bassi spesso si trovano ad affrontare maggiori difficoltà nell'accedere a servizi medici di qualità.  Tutto ciò perché le donne, per le stesse mansioni lavorative, vengono pagate meno rispetto ai colleghi uomini e perché non tutte le donne, soprattutto in un certo periodo storico passato, hanno potuto proseguire gli studi rispetto ai propri fratelli o agli altri uomini.  Questa difficoltà all’accesso alle cure deriva da quello che è il gender gap in tutte le sue varie categorie. La mancanza di risorse finanziarie, poi, può ostacolare la partecipazione a screening preventivi, trattamenti medici e accesso a cure specializzate, contribuendo così a un circolo vizioso di minori opportunità di salute.   Inoltre, le differenze culturali possono influenzare la percezione della salute e il ricorso alle cure: barriere linguistiche, stereotipi socioculturali e mancanza di sensibilità da parte del personale sanitario possono impedire alle donne di accedere pienamente ai servizi medici, come si può leggere in alcuni esempi proposti da Valentina Raparelli e Daniele Coen nel loro libro "Quella voce che nessuno ascolta - La via della medicina di genere alla salute per tutti", dove la tematica della medicina di genere, in tutte le sue sfaccettature, ne è protagonista. “Anna aveva un’embolia polmonare, ma il medico del Pronto Soccorso l’ha rimandata a casa con un sedativo: si sa che le donne soffrono spesso di ansia.  Un dolore intestinale? Se si è donna è più facile che sia sbrigativamente attribuito alla “sindrome del colon irritabile” e non sia oggetto di indagini diagnostiche adeguate, rispetto a quanto avviene per un uomo.” La questione relativa agli stereotipi è evidente nei confronti di tutte le donne, ma particolarmente delle donne delle comunità immigrate, dove le barriere linguistiche e culturali spesso complicano ulteriormente l'accesso alle cure. Allo stesso livello, seppur visibile molto meno chiaramente, un’altra criticità altresì importante è quella della ricerca in medicina. La ricerca medica nel campo della medicina di genere deve rimanere al centro dell'agenda scientifica e deve continuare a esserne un faro guida.  Essa è fondamentale per comprendere meglio le differenze biologiche e fisiologiche tra uomini e donne. Nel contesto degli studi clinici randomizzati controllati, attualmente solo il 20% dei pazienti arruolati sono donne.  Inoltre, soltanto la metà degli studi clinici su cui basiamo le nostre evidenze e le linee guida considerano analisi specifiche legate al genere. Di queste, solo il 35% effettua analisi per sottogruppi. Nel 2024 è necessario promuovere una maggiore inclusione delle donne nei trial clinici e nell'ambito della ricerca, garantendo che i risultati siano rappresentativi per entrambi i sessi, affrontando la sottorappresentazione storica. Solo attraverso una comprensione approfondita delle differenze biologiche e fisiologiche e un approccio basato su evidenze scientifiche rappresentative di entrambi i sessi possiamo sviluppare terapie personalizzate e trattamenti mirati, che tengano conto delle variazioni biologiche specifiche alle donne. Infatti, i farmaci possono avere efficacia più o meno marcata a seconda che sia un uomo o una donna ad assumerli e possono esserci eventi avversi diversi.  Normalmente, la donna è più soggetta agli effetti avversi al farmaco e anche all’ospedalizzazione da effetti avversi al farmaco, perché storicamente il farmaco è studiato prevalentemente solo nell'uomo.  La comunità medica e scientifica, che si occupa di ricerca e formazione, dunque, non può non porre l’attenzione sul fatto che, in questo momento, il 90% dei farmaci che sono stati sviluppati e che vengono utilizzati sono stati studiati e sviluppati per il genere maschile, così come il 70% dei dispositivi medici. Per costruire un futuro sostenibile per la salute femminile, quindi, è necessario considerare la medicina di genere come una priorità continua e non solo come una risposta immediata alle singole emergenze. Non è da proporre una terapia per l’evento acuto, ma bisogna pensare al lungo periodo e prevenire. Ciò implica l'integrazione di politiche di salute da parte del governo e del Ministero della Salute che tengano conto delle esigenze specifiche delle donne, della promozione di stili di vita sani e della creazione di una rete di supporto che affronti le diverse situazioni in cui le donne si possono trovare nelle diverse fasi della vita.   Il 2024 deve essere un crocevia per la salute femminile e un momento cruciale per riflettere sullo stato attuale della salute femminile nel contesto post-pandemia.  Quest’ultimo non deve essere solo un periodo di recupero, ma anche un'opportunità per riformulare e migliorare i sistemi sanitari per garantire una salute equa ed efficace per tutte le persone, indipendentemente dal genere.  Solo attraverso un approccio olistico e centrato sulla persona possiamo sperare di costruire un futuro in cui la salute femminile sia una priorità riconosciuta e sostenuta. Un primo passo è il riconoscimento attraverso i Bollini Rosa conferiti da Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, agli ospedali attenti alla salute della donna e che si distinguono per l’offerta di servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili.  Vengono, inoltre, tenute in considerazione l’accoglienza e l’accompagnamento alle donne e i servizi offerti per la gestione di vittime di violenza (es. codice rosa all’interno del pronto soccorso). Così gli ospedali con il Bollino Rosa rappresentano per la popolazione l’opportunità di poter scegliere il luogo di cura più idoneo alle proprie necessità. Con l’obiettivo di diffondere l’iniziativa e di promuovere un approccio di genere in ambito preventivo, le farmacie sono state invitate ad esporre la locandina della campagna.  In questo modo, ancora una volta, la farmacia ha confermato il proprio ruolo di presidio di salute di prossimità e di ponte tra cittadinə e ospedale, per informare in maniera chiara e corretta le donne affinché possano prendersi cura della propria salute. Per affrontare queste criticità, è imperativo, dunque, che l'Italia adotti misure concrete e mirate. Un'inclusione più ampia delle donne nei processi decisionali riguardanti la sanità, politiche attente al genere e programmi educativi basati sulla medicina di genere per il personale sanitario possono contribuire a ridurre le disparità nell'accesso alle cure.  Il cammino verso l'uguaglianza nell'accesso alle cure per le donne in Italia richiede un impegno multidimensionale da parte di governi, di istituzioni sanitarie e singolə cittadinə.  Solo attraverso un approccio integrato e sensibile al genere possiamo sperare di creare un sistema sanitario che garantisca a tutte le donne il diritto a una salute completa e equa.   LORENZO CIOL

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C’è ancora domani

C’è ancora domani

Diretto. Il bianco e nero ci riporta a un’epoca oramai lontana e mai dimenticata. Quella concezione della donna non sarà mai veramente superata finché rimarrà, anche solo un uomo che considererà la propria moglie o fidanzata, ma anche madre o sorella, come mera carne capace solo di cucinare o di badare ai propri figli. Devastante. Paola Cortellesi non si inventa nulla. Al suo esordio alla regia, ora da definire con il botto, racconta un’altra storia basandosi, però, su quelle che si è sentita raccontare. Impossibile non sentirla, impossibile non uscire da quella sala devastati per quanto visto. Geniale. Raffinato. Rispettoso. Tantissimi sarebbero gli aggettivi che descriverebbero appieno questo film, ma soprattutto questi sono quelli che più rispecchiano il senso di quanto portato in scena. Perché Paola Cortellesi lo sapeva, sapeva di dover rispettare in ogni modo possibile ogni donna che sarebbe andata a vedere il suo capolavoro. Ed è così che porta in sala due delle scene più belle del cinema italiano. Con genialità e rispetto nei confronti delle donne, che potevano ritrovarsi nei panni di Delia, Paola Cortellesi porta in scena la violenza con ferite che compaiono e scompaiono come per magia, sulle note di “Nessuno” della grande Mina.  Essere picchiata per Delia, come per molte altre donne, era la routine. Loro sapevano che sarebbe successo prima o poi, tanto che era normale pronunciare parole come “Visto? E’ tutto risolto”. Quella routine era semplicemente normalità, così come era normale giustificare un gesto perché si aveva “il difetto di rispondere”. Pure qui però la Cortellesi non si inventa nulla. Non è affatto raro giustificare un comportamento, un gesto o una parola. I motivi sono tanti, ma la costante è la paura di subire ancora più, di non essere creduti, o di esserlo e poi essere perseguitati. Se un giorno poteva andare tutto bene, il giorno dopo lo zucchero poteva essere nella parte sbagliata della tavola. Le patate potevano bruciarsi, e i pasticcini potevano cadere a terra. Non importava ciò che sarebbe capitato, la cosa certa era che le conseguenze andavano pagate, facendo finta di nulla, pensandoci la sera davanti ad uno specchio, consapevoli che il giorno dopo sarebbe ripartita la stessa sinfonia. Proprio come un disco rotto, come mettere su un disco per cenare in famiglia. Prima o poi finisce, lo rimettiamo dall’inizio e riparte quella canzone che, come Delia, non possiamo non ballare. Verrebbe da definire quello attuale un momento delicato, un momento in cui un film così lo sentiamo più che mai. La realtà però è che non è il momento a differenziare i sentimenti che si provano di fronte a una pellicola del genere. La verità è che il momento per sentirsi vicino a donne come Delia è eterno. Ogni 72 ore circa. Sperando che 72 ore dopo non sia il nostro turno. Sperando che il nostro non arrivi mai, preoccupate nel frattempo di uscire dall’ufficio e di arrivare in auto. Con quel telefono sempre all’orecchio fingendo una chiamata, e girandosi ogni tanto per vedere chi c’è dietro. Non è questo il caso che racconta Delia, ma la costante è la paura e quella arriva in ogni situazione, indipendentemente da cosa si sta vivendo.  Magari è esagerato. Non tutti gli uomini sono patriarcali, non tutti gli uomini sono maschilisti o violenti. E questo, fortunatamente, è più vero che mai. E’ anche vero che gli stessi pregiudizi ci ingannano per tutto il film. È questo che ha fatto Paola Cortellesi, non è colpa della sceneggiatura, forse uno scambio di battute con la divina Emanuela Fanelli, a cui va un encomio per l’interpretazione, durante una tranquilla mattinata al mercato, ma niente più. Gli spettatori più attenti avranno infatti visto le scritte sui muri dietro Delia ad ogni suo passeggio. Paola ce l’ha detto più volte cosa voleva veramente.  Guardate questo film con gli occhi di un figlio, guardatelo con gli occhi di chi queste cose le ha subite in maniera passiva, da genitore è facile vederlo e sentire il bisogno di dare ancor più protezione. Da figli no, per noi i genitori ci impediscono di essere felici. Immaginate di essere Marcella che, seduta in sala, vede cosa ha fatto per lei sua mamma e state in silenzio. Perché così a bocca chiusa, ma a mente ferma, si conclude un capolavoro meritevole di Oscar, davanti agli occhi di un marito inerme, interpretato magistralmente da Valerio Mastandrea.   DEBORAH FIORUCCI

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COME LIBERARSI DAI BUONI PROPOSITI (ALTRUI!) DI INIZIO ANNO

COME LIBERARSI DAI BUONI PROPOSITI (ALTRUI!) DI INIZIO ANNO

Eccoli che arrivano...gli immancabili buoni propositi di inizio anno! Altresì definiti come intenti, obiettivi, goals, aspirazioni, progetti o per i più romantici...sogni! Chiamiamoli pure come preferiamo, ma l'accezione che di solito ci viene venduta, diciamolo, non è delle più incoraggianti. L'iperproduttività tossica da inizio anno (gennaio is the new september e dopo september torna gennaio con la dieta, la palestra e così via) non sempre sortisce su di noi gli effetti desiderati. Magari abbiamo anche dedicato del tempo a valutare cosa non sia andato in passato, a considerare tutti gli aspetti della questione o semplicemente a fare un bilancio. Ma come mai tutto ciò non basta a motivarci? Come mai continuamo a chiederci se ce la faremo, se troveremo il tempo e il modo di realizzare i nostri progetti, se finalmente smetteremo di procrastinare o rinunciare? Andiamo con ordine. E tiriamola pure in causa, lei: la cosiddetta pressione sociale. Quell' invalidante influenza che può minare la nostra abilità di mantenere un'opinione o un 'idea davanti agli altri, portandoci a soffrire e conformarci alle aspettative socioculturali. In soldoni, smarrire se stessi e la propria identità a favore di un ideale ALTRUI. Mica poco! Quando accade, anche la percezione di noi stessi si sfalda. Ci definiamo, giudichiamo, critichiamo alimentando quell'immenso divario tra il reale e l'ideale del Sé! Ma...l'ideale di chi? Nostro? Vostro, Loro? Mettiamoci anche una dose di spasmodico confronto ben nutrito dai social media (perchè è più bravə di me, più popolare, più costante, più più più?) e la frustrazione abbonderà di certo! Allora, come liberarsi di questi modelli disfunzionali? Innanzitutto, riconoscendo cosa è mio, cosa proviene da me e quali sono i miei valori. Quanto relamente tutto ciò si discosta e differenzia da una to do list motivazionale, generalizzata e settata sul follower target. Lasciarsi guidare dai propri valori incrementa la motivazione, l'energia spendibile e il muovere dei passi concreti verso i propri bisogni. Solo così potremo sperimentarci più saldi, tollerare le frustrazioni, agire il cambiamento! Senza attendere ogni anno l'anno nuovo ma riconoscendo l'oggi (spoiler: non il passato, non il futuro, ma solo l'oggi è lo spazio in cui abbiamo raggio d'azione!). Si, bene la teoria ma...come farlo? Esistono alcuni semplci ma potenti strumenti d'autoesplorazione e consapevolezza quali la mindfulness, il journaling e il grounding che possono agire quali importanti primi step nel nostro percorso evolutivo (e se fossi curiosə di scendere ancora più in profondità...psicoterapia!) Gentle reminder: tuttə, in quanto umanə e vulnerabilə, siamo soggetti alla pressione sociale. Possiamo però viverci quali attori della nostra vita e non semplici scroller dei buoni propositi altrui! LUCIA SCARANO

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Il ciclo lunare: colui che ti salva quando non mestrui

Il ciclo lunare: colui che ti salva quando non mestrui

Lo sapevi che anche nelle fasi di vita in cui non mestrui (gravidanza, amenorrea da allattamento, da stress o da pillola, menopausa) sei ugualmente ciclica, proprio allo stesso modo? Ogni mese attraversi comunque 4 fasi caratterizzate dalle stesse energie delle fasi ormonali. Ma com'è possibile? Le fasi lunari ci influenzano tutti Anche gli uomini sono ciclici! Sì, perché ogni essere vivente è influenzato dalle fasi lunari (i contadini l'han sempre saputo) e non c'è nulla di esoterico. Esattamente come i cicli lunari influenzano le maree, ti ricordo che il nostro corpo è costituito dal 70% di acqua; non è poco, vero? Le fasi lunari smuovono quindi anche le maree delle nostre emozioni. Non è un caso neanche che il ciclo lunare e il ciclo mestruale abbiano una durata media identica (29,5 giorni). Ed ecco che nelle 4 fasi della luna possiamo ritrovare le energie delle 4 fasi ormonali, delle 4 stagioni, dei 4 archetipi del ciclo mestruale (di Miranda Gray), dei 4 elementi della natura, dei 4 punti cardinali e delle 4 fasi della giornata. Vediamole nel dettaglio: Luna nera o luna nuova: è la prima fase del ciclo lunare, quando la luna è completamente oscurata. Questo buio e questa staticità corrispondono energeticamente alla fase mestruale, alla stagione invernale, all'archetipo della Crona o Megera, all'elemento terra, al Nord e alla notte; tutte parole che richiamano riposo e raccoglimento. Luna crescente: è la seconda fase del ciclo lunare, quando la luna inizia pian piano a crescere e, da uno spicchietto, diventa sempre più luminosa (luna gibbosa crescente). Quest'energia "giovane" e frizzante che ci parla di nuovi inizi, di spensieratezza, leggerezza e giocosità corrisponde alla fase follicolare o post-mestruale, alla stagione primaverile, all'archetipo della Fanciulla, all'elemento aria, all'Est e alla mattina. Luna piena: è la terza fase del ciclo lunare, quando la luna raggiunge il suo apice di luce. Tutto è amplificato, anche i profumi emessi da fiori e piante. Questo momento di massima espansione corrisponde energeticamente alla fase ovulatoria in cui solitamente siamo più aperte, espansive, amorevoli e pazienti; alla stagione estiva, all'archetipo della Madre (intesa come creatrice anche di un progetto), all'elemento fuoco, al Sud e al mezzogiorno. Luna calante: è l'ultima fase del ciclo lunare, quando la luce della luna ricomincia a diminuire fino a diventare completamente oscurata. Questo momento di discesa e di ritorno all'oscurità che ci parla di riposo e di lasciare andare corrisponde energeticamente alla fase premestruale, alla stagione autunnale, all'archetipo dell'Incantatrice, all'elemento acqua, all'Ovest e al pomeriggio/sera. In questa fase potresti sentire il bisogno di buttare e di fare ordine (anche nelle relazioni interpersonali). Le hai sentite le corrispondenze energetiche tra gli elementi di ogni fase? Ti richiamano qualcosa di simile? E' importante segnalare che ti potresti sentire diversamente nelle varie fasi lunari o ormonali, rispetto alle sensazioni descritte. Questo perché siamo tutte diverse e nessuna di noi è sbagliata, quindi ognuna di noi vive le fasi in un modo suo. Le energie riportate sono quelle in cui si rispecchia la maggior parte della popolazione ma se tu le vivi diversamente va benissimo così. Ecco che qui entra in gioco ancora una volta la mappatura (se non sai cos'è, ti invito a leggere il mio articolo su cos'è la mappatura e come può aiutarti) con la quale potrai capire come tu vivi anche ogni fase lunare. Dopo qualche mese potresti iniziare a notare un pattern che si ripete nelle varie fasi. Magari in una particolare fase lunare sei super creativa e hai 1000 intuizioni o in un'altra sei rabbiosa e nessuno ti si può avvicinare. Pensa alle potenzialità di saper prevedere questi cambiamenti e poterli sfruttare a livello lavorativo e anche personale, esattamente come con il ciclo mestruale. Non sempre è facile sapersi leggere ed ascoltare, perché prese dalla routine quotidiana non ci prendiamo mai un momento per chiederci come stiamo. La mappatura ci aiuta a trovare quel momento e chi ha comunque difficoltà a mapparsi o soprattutto a sfruttare poi al massimo i risultati della mappatura, può rivolgersi ad un life coach specializzato in ciclicità. Se ti trovi in una fase di vita in cui per qualsiasi ragione non hai un ciclo ormonale, ti invito quindi a connetterti al ciclo lunare; impara a guardare la luna fuori dalla finestra, a vedere come cambia durante il mese e come cambi tu insieme a lei. A me questa pratica ha salvato quando stavo allattando e non avevo ancora avuto il capoparto e sono sicura che potrà aiutare anche te. PAOLA GHILARDINI - Life coach al femminile

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Che lavoro fanno i muscoli del pavimento pelvico

Che lavoro fanno i muscoli del pavimento pelvico

Non esistono differenze tra la muscolatura perineale profonda (cioè del pavimento pelvico) maschile e femminile: quella superficiale invece mostra delle differenze. In questa sede parliamo della muscolatura del pavimento pelvico femminile nominando le differenze con quella maschile. Ma partiamo dall’inizio: i muscoli del pavimento pelvico chiudono il bacino dal basso, sono una sorta di amaca contenitiva che sostiene gli organi interni. Ciascun muscolo ha una funzione tutta sua, e anche quando sembrano simili tra loro, non lo sono affatto. Basti immaginare i muscoli del pavimento pelvico come ai muscoli che muovono le dita di una mano: muovere un pollice o muovere un mignolo non è la stessa cosa.   Avere coscienza e riconoscere i muscoli del pavimento pelvico è molto difficile per due ragioni principali: 1) Sono all’interno del nostro corpo e non si vedono. 2) Non ci è stato insegnato a riconoscerli da piccoli.   Come risolvere?   Innanzitutto dando loro un nome e poi scoprendo che lavoro fanno. Tra parentesi ho inserito la funzione maschile dello stesso muscolo. Bulbocavernoso: Compressione ed erezione della clitoride (o del pene) ed il restringimento del canale vaginale (o emissione urina e sperma). Ischiocavernoso: Compressione ed erezione della clitoride (o del pene) Trasverso superficiale e profondo del perineo: Questi due muscoli hanno il compito di stabilizzare il centro tendineo e sono coinvolti nella risposta sessuale, infatti contraendosi mettono in tensione tutta l’area perineale Sfintere dell’uretra: Chiusura dell’uretra, compressione della vagina e delle ghiandole vestibolari (chiusura dell’uretra, compressione della prostata e delle ghiandole bulbo uretrali) Coccigeo: Flessione delle articolazioni del coccige, innalzamento e sostegno del pavimento pelvico Ileococcigeo, Pubococcigeo e Sfintere anale esterno: Insieme formano il muscolo Elevatore dell’ano: Ileo e Pubo hanno funzione di supporto agli organi pelvici, flessione del coccige, innalzamento e retrazione dell’ano e tendono il pavimento pelvico. Lo sfintere anale chiude l’orifizio anale. Esistono molti siti gratuiti che permettono di osservare in 3D le sezioni del corpo umano, con una breve ricerca online se ne trovano alcuni molto validi: il mio consiglio è di andare a guardare dove sono e ricordarsi che lavoro fanno. Ma perchè è così importante prendersi cura del pavimento pelvico? Perchè il processo di invecchiamento è inevitabile, e con esso si perdono molte funzionalità, comprese quelle più basilari come ad esempio flettersi, portare dei pesi o deambulare. In tutte queste funzioni sono coinvolti i muscoli del pavimento pelvico, molto di più di quanto non si pensi; ma questi muscoli coinvolti anche in funzioni primarie quali minzione, defecazione e attività sessuale: non averne coscienza e controllo significa invecchiare con enormi difficoltà nella gestione di queste funzioni, creando situazioni che possono diventare avvilenti ed umilianti per chi le subisce.   FRANCESCA BANCHELLI

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Le mie migliori letture del 2023

Le mie migliori letture del 2023

Dicembre è alle porte ed è tempo di bilanci, è già uscito il Wrapped di Spotify, a breve il nostro Google Immagini farà la sintesi dei nostri migliori momenti dell’anno: insomma, è arrivato il tempo della nostalgia o di quel desiderio insidioso di andare avanti e farsi guidare dalla curiosità di un nuovo anno.  Infine, è arrivato anche il momento della TOP TEN delle migliori letture di questo 2023, di cui sono molto soddisfatta, soprattutto per la quantità inestimabile di scrittrici che mi hanno aiutata a tessere le trame della mia vita. Ma bando alle ciance, qui di seguito l’elenco dei libri più belli per me letti quest’anno, in ordine decrescente, dalla posizione numero 10 alla pole position.  10 - Piccole cose connesse al peccato di Lorena Spampinato.Questo libro mi ha portato indietro negli anni, a quando ero adolescente, alla scoperta del corpo rivelato tramite il corpo altrui, alla scoperta del desiderio maschile suggellata dal corteggiamento, dalla validazione, dal senso inarrestabile del primeggiare, rivaleggiare tra amiche. Se non potrà essere mio allora non potrà nemmeno essere tuo. Se non potrà essere mio allora dirò chi realmente sei, solamente una poco di buono. Ambientato in un’estate di mare in un piccolo paese della Sicilia, immersivo, afferente alla nostra memoria storica e adolescenziale. “Mai penserebbe a quanto può essere triste - ridicola, disperata - una mattina d’estate quando si è solo ragazze”. 9 - Farmaco di Almudena Sanchez Questa è la storia autobiografica della scrittrice che, con toni sentimentali e ironici insieme, racconta dei suoi disturbi mentali. Credo ci sia tanto bisogno di narrazioni femminili che parlino in modo aperto e sconfinato della depressione, dell’ansia, degli attacchi di panico, delle sedute da una psicoterapeuta o da una psichiatra. La forza dei memoir non è tanto nel senso di immedesimazione, nel sentimento di appartenenza alla stessa sfera emotiva dell’evento narrato, sta piuttosto nella rappresentazione. Abbiamo bisogno di più donne rappresentate, di più donne con malattie mentali rappresentate, per rendere sempre meno intensa la colpevolizzazione indotta da chi ci sta accanto - non siamo meno forti, siamo anche fragili. 8 - L’ultima nomade di Shugri Said Salh Sono stata affascinata, ammaliata e trasportata nelle atmosfere descritte da Shugri in questo libro in cui racconta la sua vita, a partire dall’infanzia trascorsa nel deserto somalo insieme a sua nonna che faceva parte di una tribù nomade. C’è tutto lo spazio della Somalia, l’arte di sopravvivere nel deserto, l’insegnamento più grande che qui - con occhi occidentali e colonialisti - non riusciamo mai a cogliere per intero, che è quello di sentirci fortunati con l’abbondanza e il tanto di tutto che possediamo e viviamo. Shugri è una bambina felice nel deserto con sua nonna, che le tramanda le tradizioni, la conoscenza degli animali più feroci, delle stelle nel cielo, dei canti e dei balli attorno al fuoco la sera. La Somalia, però, è un Paese in estrema difficoltà. Presto, salirà al potere un dittatore che porterà il popolo somalo ad una sanguinosa guerra civile. Shugri, dopo un faticoso viaggio verso il Sud insieme a parte della sua famiglia, riesce infine a scappare in Canada, per stabilirsi poi in California. La narrazione, per contrasto, si sposta in America, dove le notti nel deserto sembrano un lontano ricordo, mai però dimenticato. Dolce, intimo, da leggere con lo sguardo più decostruito possibile. 7 - Vicoli della memoria di Conceicao Evaristo Maria vive in una favela del Brasile e va a scuola felice di andarci quando, con l’arroganza e la violenza che li e ci contraddistingue, i padroni bianchi inviano un mandato di demolizione delle baracche. Questo testo raccoglie le storie viste dagli occhi di Maria, donne, uomini, bambini, domestiche, prostitute, ladri, gente qualunque, che vive nella miseria, nella sporcizia, senz’acqua, persone che vedono le proprie case crollare, quello zinco e quel legno ridursi a niente. Ma non c’è mai una vera fine se c’è la comunità. La narrazione ci restituisce il senso di collettività ma soprattutto la consapevolezza di quanto male abbia fatto la colonizzazione e quanto male continua a fare il suprematismo bianco, dimenticando in continuazione il valore della vita di ogni essere umano che nasce a questo mondo. 6 - Le piccole virtù di Natalia Ginzburg. È una raccolta di racconti in cui Ginzburg dà il meglio di sé. Una delle scrittrici più potenti del nostro Novecento, una delle più brave, intime, di quelle che con le parole sanno scendere fino nel profondo, raccoglierlo e tornare in superficie con le immagini migliori. Qui sono raccolti degli scritti d’occasione, composti tra il 1944 e il 1960, e l'autrice riflette sulle relazioni, sugli affetti, sulla società in generale. “Era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so”. Direi che ci potremmo sentire tutte rappresentate da questa frase.  5 - La vita altrove di Guadalupe Nettel. Amo follemente la narrazione di Nettel: questa che vi consiglio è una raccolta di racconti che ha al centro il tema degli erranti che navigano dentro di noi, spingono per uscire, talvolta fanno capolino desiderosi di aria, presupponendo più ossigeno al di sopra delle cantine in cui li releghiamo. Tutti quei nostri “io” che seppelliamo perché anche solo a pensare di farli vivere, anche solo a immaginare una prospettiva altra, moriamo un po’. Forse moriremmo di meraviglia per davveroi. C’è un’immagine in particolare che credo non dimenticherò mai: la potenza delle ali di un albatros. Uscirete dalla lettura di questo libro con una sconfinata voglia di vedere un documentario sulle ali degli albatros. La potenza, la dimestichezza con la natura, con l’elemento essenziale. Lì dove tutto sembra funzionale a procedere, mentre noi umani a volte ci fermiamo, ci incastoniamo, sappiamo solo immaginare una vita altrove non riuscendo più a vedere la vita qui. 4 - Caro stronzo di Virginie Despentes. Despentes è una delle voci contemporanee francesi più dissidenti nella scrittura. Talvolta dissacrante, talvolta scandalosa, considerata troppo o eccessiva o imparentata con un certo tipo di femminismo radicale, ma pur sempre una pensatrice che riesce a riportare certe questioni - quelle sociali, quelle dei diritti - nel punto giusto al momento giusto sotto la luce giusta. I personaggi di questo libro sono tre e le loro storie ben assestate, architettate secondo il rigoroso assioma dell’ordine narrativo. Due protagoniste donne, una adulta e una adolescente, una disillusa o interprete della realtà delle donne e l’altra femminista, e un uomo, al centro di una complicata accusa. “E oggi non mi do tregua. So bene che nel mondo stanno succedendo cose importanti”, tra cui la presa di coscienza collettiva della violenza di genere. Sarebbe bello scrivere il nostro Caro stronzo.  3 - Dalla parte di lei di Alba de Cespedes. Da quando ho letto per la prima volta Quaderno prooibito, Alba de Cespedes è entrata a pieno titolo nel podio delle mie scrittrici italiane preferite di sempre. La sua scrittura è al tempo stesso testimonianza e ponte. De Cespedes ci racconta - sfidando talvolta la censura fascista - il ruolo delle donne durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Grazie ai suoi libri riusciamo a ricostruire i piccoli drammi, la quotidianità, l’intimità, gli innamoramenti, le speranze, i ripensamenti delle donne di città. De Cespedes racconta molto delle donne di Roma, le piccole borghesi, del desiderio di trovare uno spazio che - seppure confinato solo a quello amoroso - sia il più possibile sincero, pulito, aderente al proprio sentire. Non ho potuto fare a meno di essere dalla parte di lei, perché non posso fare a meno di essere da una certa parte della storia, da una certa parte del genere, da una certa parte dove il cuore batte forte, dove il racconto non cela la realtà, dove esprimersi è occasione per rivendicare sé stesse e dove i tentativi di spiegare la profondità dell’anima non restano altro che una misera illusione. Forse il finale rimane il più inaspettato, non googlate per non avere spoiler.  2 - Memorie d’una ragazza perbene di Simone de Beauvoir.Ricordo ancora i giorni delle vacanze di Pasqua, sotto le coperte del letto nella mia camera di bambina, a leggere senza mai riuscire a smettere questo testo di de Beauvoir. Non so ancora bene a quale parte di me la sua narrazione abbia parlato così a lungo, quale emozione incastonata nei ricordi abbia intercettato, so solo che se si cerca un libro in cui specchiare la propria adolescenza che si frantuma per fare spazio a un certo tipo di adultità, questa narrazione è potente, inclemente, vivida, vera come solo le autobiografie riescono a narrare. Un concerto di vicinanza, attesa, promiscuità, leggere Memorie è un tuffo dove tutto è davvero ancora blu.  1 - Girlhood di Melissa Febos Il mio preferito senza alcun dubbio. Dovessi provare a scrivere qualcosa di sensato oggi forse vorrei avere la capacità di Febos di attingere dal personale per farne saggistica, per farne politica, per farne rivoluzione. Parla di adolescenza, di corpo delle donne, di violenza, di abuso, di trauma, di isolamento, di vergogna, e ne parla dal punto di vista di chi non ha mai saputo cosa fare del proprio stesso corpo, della propria stessa carne, dei propri stessi sentimenti, dei propri stessi tormenti. Certe esperienze ci accomunano, ce le tramandiamo come in una staffetta perfetta, ma sembra che non arriva mai il traguardo, sembra che siamo destinate sempre a correre, scambiarci di mano il testimone, avere gli occhi indietro per non dimenticare la strada fatta, e rivolgere lo sguardo poi di nuovo avanti, per scoprire il pezzo che manca. Attualmente infinito. Questo libro è per chiunque abbia voglia di capirci un po’ di più. Non lo dimenticherò facilmente.  Nel produrre questa lista mi sono resa conto di quanto siano impietose le TOP TEN, ti costringono a fare una cernita considerata sul millimetro, a ricordare nel dettaglio la combinazione di scrittura ed emozione del momento. Posso quindi dire di aver lasciato fuori tante altre letture che lo stesso consiglierei e che magari consiglierò in altre occasioni. Ho preferito, inoltre, non indicare testi di saggistica, ma molte pensatrici e teoriche della politica femminista come bell hooks, Audre Lord, Angela Davis e tante altre mi hanno fatto compagnia, ricordandomi il senso della collettività e dello stare al mondo.  Spero che le mie proposte vi possano incuriosire e soprattutto vi faccio tanti auguri per le imminenti feste natalizie e per il nuovo anno. Ché un libro possa accompagnarvi sempre!   CLARA MARZIALI

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Depilazione e mestruazioni

Depilazione e mestruazioni

Hai mai sentito dire che durante le mestruazioni è vietato sfoderare il rasoio? O che depilarsi potrebbe trasformare un flusso mestruale tranquillo in una cascata inarrestabile? Bene, è il momento di mettere fine a questi miti che hanno terrorizzato le donne per troppo tempo. Prendi il tuo rasoio e preparati a sfatare le leggende della depilazione durante il ciclo! Mito 1: Non si può fare la depilazione durante il ciclo mestruale. Questo mito è più radicato di un pelo incarnito, ma la verità è che non c'è alcuna ragione medica per evitare la depilazione durante le mestruazioni. La scelta di depilarsi o meno dipende dalle preferenze personali e dal comfort della persona. Non ci sono rischi sanitari associati alla depilazione durante questo periodo. Quindi, se hai voglia di sfoggiare gambe lisce e luminose durante il tuo ciclo, vai avanti senza paura! Mito 2: La depilazione rende il flusso mestruale più abbondante. Un mito che meriterebbe di essere depilato dalla nostra mente! La depilazione non ha alcun impatto sul flusso mestruale. Quest'ultimo è determinato da fattori come gli ormoni e la salute generale dell'individuo, e non da quanti peli decidi di eliminare. Quindi, se pensavi che la depilazione potesse trasformare il tuo flusso in un fiume impetuoso, puoi stare tranquilla. La realtà è molto meno drammatica di quanto si possa immaginare. Mito 3: La depilazione durante le mestruazioni è più dolorosa. È ora di sfatare il mito della depilazione "dolorosa" durante il ciclo. Dal punto di vista scientifico, non c'è alcuna base per questa affermazione. Tuttavia, è vero che durante le mestruazioni, alcune persone potrebbero sperimentare una maggiore sensibilità della pelle o una maggiore sensibilità al dolore. In tal caso, non temere! Puoi adottare alcuni accorgimenti, come l'utilizzo di prodotti specifici per pelli sensibili o optare per metodi di depilazione che causano meno fastidio, come il buon vecchio rasoio. È fondamentale ricordare che le mestruazioni e la depilazione sono affari personali. Ogni individuo ha il diritto di prendere decisioni basate sulle proprie preferenze e il proprio comfort. Quindi, se preferisci lasciare che la natura segua il suo corso senza interferenze, vai avanti. Al contrario, se vuoi sfoggiare una pelle liscia anche durante il ciclo, niente ti ferma! Inoltre, sappiamo che durante le mestruazioni le donne possono affrontare una serie di sfide, e la depilazione non dovrebbe certo aggiungersi alla lista. Quindi, rilassati, prenditi cura di te stessa e ricorda che la bellezza è soggettiva. Sei libera di abbracciare la tua femminilità in ogni momento del mese, peli o no. In conclusione, è tempo di dire addio ai miti imbarazzanti e abbracciare la verità scientifica. La depilazione durante le mestruazioni è completamente sicura, e qualsiasi decisione tu prenda riguardo alla tua bellezza personale è la decisione giusta. Non lasciare che miti senza senso ti implichino nel tuo percorso di autostima e benessere. Pelosa o rasata, sei stupenda a modo tuo!

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Parliamo di grassofobia con Lara Lago

Parliamo di grassofobia con Lara Lago

La giornalista, autrice del libro “Il peso in avanti”, si impegna da anni nella lotta contro la grassofobia e gli stereotipi che riguardano i corpi grassi La grassofobia è all’ordine del giorno: siamo immersi in una società pregna di cultura della dieta, di modelle magrissime e che discrimina e isola le persone grasse in ogni ambito, dal lavoro, alla scuola, al campo medico. Il corpo grasso viene visto come un corpo colpevole, malato, che bisogna “migliorare” a priori, quando non è così. Un racconto che vale la pena leggere e che vi invito a leggere è “Il peso in avanti”,    dove Lara Lago ci parla delle sue esperienze, all’estero e non, e di come tutto questo abbia portato all’inizio di una storia d’amore col proprio corpo. Quando Lara si ritrova ad Amsterdam per lavoro, realizza che lì non solo regna la meritocrazia, ma il suo corpo, il modo in cui si veste, si trucca, non sono più rilevanti. Finalmente è libera di essere se stessa, senza usare il corpo come strumento. Ho chiamato Lara per approfondire insieme le diverse sfaccettature della grassofobia.   Nel tuo libro “Il peso in avanti” parli  della tua esperienza lavorativa all’estero: alla luce di questo, come pensi debba cambiare il contesto lavorativo italiano? Uno dei problemi, sempre relativo ai corpi, è che tante aziende, tante realtà implicano la partecipazione della tua immagine: anche se siamo nel 2023 non mancano gli annunci di lavoro con “richiesta di bella presenza”, oppure ci sono catene di intimo dove richiedono alle commesse di lavorare sempre con i capelli sciolti, di non farsi la coda, perché non dai l’immagine di sensualità ed eleganza del brand. Nel mio libro racconto infatti che la mia sensazione era che il mio corpo, soprattutto quando lavoravo nel giornalismo locale, fosse uno strumento di lavoro così come lo era il mio computer. Se viviamo in una società patriarcale come la nostra, il corpo femminile è più bello (il cosiddetto pretty privilege): più sono bella, più l’estetica mi apre delle porte. Come risolvere la questione? Non dando importanza all'esteriorità e non pensando che esista un physique du rôle per fare un determinato lavoro. Per un periodo ho lavorato come anchorwoman, leggevo le notizie al telegiornale, ma vi invito a pensare: quante persone grasse avete mai visto in televisione? Le giornaliste che vediamo sono sempre belle, non portano solo notizie, ma lavorano col proprio corpo.   Il cambiamento potrebbe partire educando le nuove generazioni, partendo dalla scuola, ad esempio. Come pensi si possa fare? Nell’ultimo anno mi sono successe due cose: una è che tante mamme mi hanno scritto, per esempio: “Mia figlia ha 5 anni ed è tornata da casa piangendo dall’asilo perché le hanno detto che è grassa” e mi chiedono consiglio su come deve rispondere alla bambina . Il consiglio che do è sempre quello di normalizzare e rendere naturale il più possibile una condizione fisica. Se alla bambina dicono “sei grassa”,  che lei risponda: “Si, sono grassa”, se è davvero così, così come tu hai capelli marroni o tu sei alto o sei basso.. è una caratteristica del mio corpo”. Bisogna togliere la connotazione negativa e oppositiva alla parola grasso e ridurla ad aggettivo che descrive il mio corpo. L’altra cosa mi è successa quest’anno a dicembre: l’incontro con una scuola di Verona nel quale abbiamo parlato di grassofobia e bullismo in un teatro, di fronte a una platea di 400 persone con ragazzi dai 12 ai 16 anni circa. Alla fine dell’incontro ho fatto girare una boule dove loro hanno scritto delle domande anonime scritte a penna. Una che mi è rimasta in mente è stata: “Come non sentirmi in colpa dopo aver mangiato”, la mia risposta è stata: “Cosa succede se non mangi? Muori. Quindi perché sentirti in colpa per un qualcosa che fa parte del tuo sostentamento?”, dentro questa domanda c’è del giudizio, è molto più che grassofobica la cosa, può essere il campanello d’allarme per un disturbo alimentare. Ci vuole un dialogo costante, bisogna normalizzare i giudizi, farli passare da giudizi ad aggettivi.   Il dialogo dovrebbe avvenire in primo luogo con le famiglie, perché spesso possono essere i primi antagonisti nel percorso di accettazione del proprio corpo. Qual è stata la tua esperienza con la tua famiglia? Invidio molto i bambini di questa generazione, perché le mamme hanno un pensiero più privo di stereotipi rispetto, ad esempio, mia madre. Prima di questi temi non se ne parlava, ma era tutto un grasso=malato, ed era tutto un “ stai attenta, non mangiare questo, non mangiare quello”. Io a 16 anni ho fatto la mia prima dieta dal nutrizionista e all’epoca non ero una bambina grassa, ma ero super bullizzata perché ero più grassa delle mie compagne, ma ero una 46-48. Oggi porto una 52. Io non mi sarei messa a dieta se ai tempi mi avessero detto:  “Tu hai un corpo più grande rispetto alle tue compagne di classe. Accettalo”. Ai tempi facevo nuoto, ginnastica artistica, ma avevo comunque un corpo diverso dalle altre. Mia mamma mi faceva spaccare di sport, ma- spoiler- il mio fisico non cambiava. Invece, quando ho espresso il desiderio a mia madre di voler fare la dieta, è stata subito d’accordo e sono entrata nella spirale delle diete, che ho continuato fino a 27 anni. La domanda che mi faccio ad oggi è: che cosa sarebbe successo al mio corpo se avessi lavorato per il mio corpo e mai contro, se non avessi lavorato per 11 anni con tutte le mie forze per cambiarlo, non riuscendoci, perché la sua forma è sempre tornata fuori. Il mio corpo è molto più stabile adesso che non cerco più di cambiarlo, perché il peso naturale alla fine si assesta, così come lo era il mio peso a 16 anni. Mi fa molto ridere quando parlo di grassofobia in ambienti che non hanno mai sentito parlare dell’argomento e mi chiedono sempre: “Ma tu non ti vorresti mettere a dieta?”. Io penso di avere il mio corpo anche per le diete che ho fatto.   Quali pensi siano quelle violenze invisibili che le persone grasse subiscono nel quotidiano?  Noi persone grasse viviamo delle microaggressioni e microviolenze tutti i giorni. Io per quieto vivere ho cercato di non pensarci, di accettarlo come dato di fatto. Quando ho iniziato a studiare maggiormente l’argomento ho pensato a degli eventi del passato, di quando avevo 15 anni, ma di cui non ho un ricordo così positivo. Ad esempio, nell’ambito delle relazioni il ragazzo che ti chiede di uscire, ma non lo dice in pubblico, e gli amici che gli chiedono se la porti al cinema, lui risponde: “No, perché devo prendere due posti”. E tutto questo mi fa ridere perché ai tempi ero una 46 di taglia. Il discorso relazionale riguarda anche le app di dating, dove alcuni dicono palesemente “no persone grasse”: di recente sono uscita con un ragazzo qualche mese fa che diceva: “Il tuo corpo piace molto”- senza capire che era una cosa problematica- come a dirmi “non più di così”. Poi passa una ragazza più grassa di me e dice: “lei per esempio è un pupazzo di neve” e io chiedo: “In che senso?” e lui: “Perché ha la palla della testa, la palla della pancia e la palla della parte sotto”, e questa per me è una microaggressione e stai criticando il corpo di una donna, mettendo un parametro, e so che negli anni ci penserò ancora. Altre violenze nei negozi: io non posso provarmi i vestiti nei negozi perché non c’è la mia taglia. Posso pure comprare dei jeans online e fare il reso con alcuni, ma è una cosa poco sostenibile e nei negozi non posso trovare molto. Poi c’è la grassofobia medica: il corpo grasso è l’origine di tutti i mali, anche se io sono stata fortunata (questo lo dico anche nel libro) quando ero preoccupata del mio peso il mio medico di base mi disse: “Tu stai bene? Sì”. “Hai scompensi? No”. “Ti senti che hai male da qualche parte? No”. “Allora non preoccuparti”. Però in altri contesti, tipo sei lì per una visita ginecologica e ti dicono: “Però dovresti dimagrire”; la cosa del peso aleggia e si riduce spesso a un “prima perdi peso, poi parliamo della patologia”. Altre microviolenze le si hanno quando si deve viaggiare: ad esempio, se hai un corpo infinifat (corpo che supera la XXXXXXL, ndr) puoi viaggiare solo in prima classe. Anche nella moda, va bene se il corpo è curvy, con un rotolino, Vanessa Incontrada è accettata, ma se è il corpo di “The whale”, il film, no. “Se sei così è colpa tua” non la levi a nessuno come idea.   ANTONELLA PATALANO

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