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Periodica Magazine: lo spazio per il dialogo aperto

Shall we clear the air? Dialoghi sul cambiamento climatico.

Shall we clear the air? Dialoghi sul cambiamento climatico.

Un momento decisivo nella lotta ai cambiamenti climatici.  Il 30 e 31 ottobre 2021 i leader del G20 si sono riuniti a Roma per un vertice di due giorni organizzato dalla presidenza italiana del G20. L'UE è stata rappresentata da Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, e da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Durante questi due giorni  i leader hanno discusso di molteplici argomenti, tra cui il principale argomento di discussione è stato: la lotta ai cambiamenti climatici. Al termine del G20 i leader per quanto riguarda il tema della lotta ai cambiamenti climatici hanno convenuto di: Mantenere l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali; Accelerare le proprie azioni tese a conseguire zero emissioni nette di gas serra a livello mondiale oppure la neutralità carbonica entro la metà del secolo o intorno a tale data; Ribadire l'impegno dei paesi sviluppati in materia di finanziamenti per il clima che prevede la mobilitazione congiunta di 100 miliardi di USD l'anno e accogliere con favore nuovi impegni da parte di alcuni membri del G20. Vediamo ora i principali argomenti di discussione.   CLIMA ED ENERGIA I leader del G20 si sono impegnati a lavorare insieme per garantire il successo della conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP 26), iniziata a Glasgow (Regno Unito) il primo novembre subito dopo il vertice del G20. Hanno ribadito il loro impegno a favore della piena ed efficace attuazione della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e dell'accordo di Parigi. I leader del G20 hanno osservato che per mantenere a portata di mano l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi saranno necessari un'azione e un impegno significativi ed effettivi da parte di tutti i paesi, tenendo conto dei differenti approcci.   BIODIVERSITA’ E AMBIENTE I leader del G20 si sono impegnati a intensificare le azioni tese ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. Si adopereranno per garantire che almeno il 30% della superficie globale e almeno il 30% degli oceani e dei mari globali siano conservati o protetti entro il 2030 e aiuteranno i membri a progredire nel raggiungimento di tale obiettivo in funzione delle circostanze nazionali. I leader hanno esortato altri paesi a unire le proprie forze a quelle del G20 per conseguire l'obiettivo indicativo di piantare mille miliardi di alberi entro il 2030, coinvolgendo il settore privato e la società civile.   SVILUPPO SOSTENIBILE I leader del G20 hanno espresso profonda preoccupazione in merito alle ripercussioni della crisi COVID-19, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Hanno riaffermato il loro impegno a favore di una risposta globale volta ad accelerare i progressi verso la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile e a sostenere una ripresa sostenibile, inclusiva e resiliente in tutto il mondo. I leader si sono impegnati a intensificare le proprie azioni tese ad attuare il piano d'azione del G20 sull'agenda 2030 e il sostegno del G20 alla risposta e ripresa post-COVID-19 nei paesi in via di sviluppo. Hanno inoltre ribadito il loro costante sostegno ai paesi africani attraverso una serie di iniziative, quali il Patto del G20 con l'Africa. Viste le decisioni prese dai principali leader mondiali in occasione del G20, concentriamoci ora sulla conferenza di Glasgow detta anche COP 26, iniziata il primo novembre 2021, il giorno dopo la conclusione del G20.     CHE COS’E’ LA COP 26? La COP 26 è la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021. Da quasi tre decenni l’ONU riunisce quasi tutti i Paesi della terra per i vertici globali sul clima, chiamati COP, ovvero ”Conferenza delle Parti”.  La COP21 si tenne a Parigi nel 2015.  Per la prima volta successe qualcosa di epocale: tutti i Paesi accettarono di collaborare per limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi, puntando a limitarlo a 1,5 gradi. Inoltre i Paesi si impegnarono ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici e a mobilitare i fondi necessari per raggiungere questi obiettivi.  Nasceva così l’Accordo di Parigi.  I Paesi concordarono che ogni cinque anni avrebbero presentato un piano aggiornato che rifletteva la loro massima ambizione possibile in quel momento. Da allora il cambiamento climatico è passato dall’essere una questione marginale a diventare una priorità globale.  Quest’anno, proprio in questi giorni, si sta tenendo il 26 esimo vertice annuale, di qui il nome COP 26. La COP 26 quest’anno è presieduta dal Regno Unito che la ospita a Glasgow. In vista della COP 26 il Regno Unito ha lavorato con ciascun Paese per raggiungere un accordo su come affrontare i cambiamenti climatici. I leader mondiali che sono arrivati in Scozia sono più di 190. Ad essi si sono uniti migliaia di negoziatori, rappresentanti di governo, imprese e cittadini per dodici giorni di negoziati.   OBIETTIVI COP 26 Gli obiettivi principali della COP 26 possono essere riassunti in quattro punti, vediamo insieme quali sono: Assicurare lo zero netto di CO2 globale entro il 2050 e mantenere la temperatura globale a 1,5 gradi, rispetto ai livelli pre-industriali. Ai paesi viene chiesto di presentare ambiziosi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas metano del 30% per il 2030 che si allineino con il raggiungimento dello zero netto entro la metà del secolo. Per raggiungere questi obiettivi ambiziosi, i paesi dovranno: Accelerare l'eliminazione graduale del carbone; Ridurre la deforestazione, cento nazioni al mondo, che rappresentano l’85% della superficie forestale globale hanno deciso che fermeranno la rotta della deforestazione; Accelerare il passaggio ai veicoli elettrici; Incoraggiare gli investimenti nelle rinnovabili. 2. Adattarsi per proteggere le comunità e gli habitat naturali. Il clima sta già cambiando e continuerà a cambiare anche se riduciamo le emissioni, con effetti devastanti. Alla COP 26 si è discusso di come lavorare insieme per consentire e incoraggiare i paesi colpiti dai cambiamenti climatici a: Proteggere e ripristinare gli ecosistemi; Costruire difese, sistemi di allarme e infrastrutture e agricoltura resilienti per evitare la perdita di case, mezzi di sussistenza e persino vite umane. 3.  Mobilitare la finanza. Per raggiungere i primi due obiettivi, i paesi sviluppati devono mantenere la loro promessa di mobilitare almeno 100 miliardi di dollari l'anno in finanziamenti per il clima, le istituzioni finanziarie internazionali devono fare la loro parte e bisogna lavorare per liberare i trilioni di finanziamenti del settore pubblico e privato necessari per garantire lo zero netto globale.    4. Collaborare. Si possono affrontare le sfide della crisi climatica solo lavorando insieme. La collaborazione tra governi, imprese e società civili è di fondamentale importanza per affrontare la crisi climatica. Cina e Stati Uniti in data 10 novembre hanno finalmente trovato intesa proprio alla COP 26 alla quale Xi Jinping non ha partecipato di persona, attirandosi le critiche di Joe Biden. Usa e Cina sono divise su molte questioni, ma sulla lotta al cambiamento climatico non hanno scelta, se non collaborare. Una svolta dopo la frenata di India e Arabia Saudita. Siamo ora alla resa dei conti, la fase finale della conferenza. Se all’inizio della conferenza per il clima, infatti, generalmente si esprimono buoni propositi e si valutano le basi su cui iniziare i lavori, nella seconda parte invece vanno prese le decisioni più difficili, e intraprese azioni politiche concrete. Si decide il come si raggiungeranno gli obiettivi preposti, si firmano accordi e si sceglie se renderli vincolanti. Alcuni di questi obiettivi sono già stati raggiunti, come l’accordo sulla deforestazione, già firmato da oltre cento paesi. Ma ora che si arriva alle battute finali anche sugli altri obiettivi, ecco arrivare alla Cop 26 scontri, disaccordi e problemi.   Una delle novità più importanti delle scorse ore è stata la presenza a Glasgow di Barack Obama. L’ex presidente degli Stati Uniti ha fatto un discorso molto apprezzato e commentato in cui tra le altre cose ha criticato il suo predecessore Donald Trump, per aver deciso unilateralmente di uscire dagli accordi di Parigi, e definito deludente l’assenza del presidente cinese Xi Jinping e di quello russo Vladimir Putin. Obama ha anche detto che i giovani hanno il diritto di essere arrabbiati. Tra le reazioni al discorso però ci sono state anche quelle critiche, di una parte importante dell’attivismo. Come l’ugandese Vanessa Nakate che, twittando un video di dodici anni fa di un discorso dello stesso Obama, ha sottolineato come le sue promesse di 100 miliardi di dollari per i finanziamenti alla transizione ecologica siano state disattese. Nakate ha anche lanciato un hashtag apposito, #ShowUsTheMoney, che fa eco a Greta Thunberg, secondo cui quelle dei politici sarebbero solo chiacchiere. Letteralmente, dei «bla bla bla». A questo proposito durante la COP 26 il 5 novembre è stata indetta dai Fridays For Future una manifestazione tra le strade di Glasgow dove c’erano più di 30.000 persone e il 6 novembre il Climate Day of Action dove si sono presentate 250.000 persone.   L’obiettivo del mantenimento delle temperature è raggiungibile? Difficile dirlo. Da una parte è vero che ormai i paesi che si sono impegnati a raggiungere la neutralità carbonica sono così tanti da equivalere al 90% dell’economia mondiale. Nel caso in cui tutti gli impegni recenti presi dalla comunità internazionale per la riduzione delle emissioni venissero rispettati allora si riuscirà a mantenere la temperatura terrestre a circa +1,8° rispetto ai livelli preindustriali. L’obiettivo di mantenerla entro i +1,5° sarebbe quindi disatteso, ma considerato che gli scienziati raccomandano un contenimento entro i +2° sarebbe comunque un’ottima notizia!   “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d'arte che si possa desiderare.” Andy Warhol.   Grazie per aver letto l’articolo e alla prossima! Simona Danos

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Dismenorrea, non siamo fattə per soffrire

Dismenorrea, non siamo fattə per soffrire

Dismenorrea è il termine medico che indica i dolori associati al ciclo mestruale.Un dolore intenso, solitamente acuto o crampiforme, ma che può essere anche sordo e costante e può arrivare ad irradiarsi fino a cosce e schiena, è spesso associato a nausea, diarrea, vertigini e sudorazione intensa. Secondo l’OMS soffre di dismenorrea l’81% di chi ha il ciclo mestruale, con un picco durante l’adolescenza. Nonostante sia un disturbo molto comune spesso viene sottovalutato e ritenuto “normale”, qualcosa con cui imparare a convivere: hai un utero, devi soffrire, un mantra dal sapore biblico.Molto spesso, questi dolori, che insorgono qualche giorno prima dell’inizio delle mestruazioni e scompaiono dopo 2-3 giorni, sono di un’intensità tale da compromettere le attività della vita quotidiana. Secondo uno studio recente vengono persi circa nove giorni di lavoro o di studio l’anno a causa della dismenorrea e il problema è ancora più evidente durante l’adolescenza, quando la dismenorrea è molto comune. È facile immaginare come questo fattore influisca negativamente sullo studio e sul rendimento scolastico, relegando ancora una volta le persone che sperimentano l’esperienza delle mestruazioni in una posizione svantaggiata. I dolori legati al ciclo mestruale non devono arrivare a compromettere le attività della vita quotidiana: quando questo succede è necessario rivolgersi ad uno specialista che ci aiuterà a capire come tenere sotto controllo il dolore e studiare una terapia adatta a ciascunə di noi. Ma quali sono le cause della dismenorrea, perché proviamo dolore?Quando alla base del dolore non c’è una causa specifica si parla di dismenorrea primaria: in questo caso sono le prostaglandine, molecole associate all’infiammazione e prodotte dal nostro organismo, le responsabili di crampi e dolore. Si pensa che le prostaglandine e altri mediatori dell’infiammazione prodotti nell’endometrio stimolino le contrazioni uterine che, se prolungate, causano il restringimento dei vasi sanguigni riducendo l’apporto di ossigeno al tessuto. Se invece i sintomi sono legati a patologie dell’apparato riproduttivo come ad esempio endometriosi, adenomiosi, fibromi uterini, infezioni o stenosi della cervice uterina si tratta di dismenorrea secondaria, in cui i sintomi sono causati dalle anomalie pelviche. Come possiamo alleviare i sintomi?Sottolineando l’importanza e la necessità di rivolgersi ad un medico quando il dolore non è gestibile e influisce negativamente sulla nostra vita, ecco qualche rimedio che ci può aiutare a tenere sotto controllo i dolori della dismenorrea primaria (nel caso di dismenorrea secondaria la terapia più adatta dipende dalla patologia associata, e solo trattando quest'ultima è possibile eliminare o ridurre il dolore).L’attività fisica è una strategia altamente efficace per aiutare a controllare il dolore. Il movimento infatti fa produrre al nostro organismo le endorfine, un potentissimo analgesico naturale.Anche una dieta sana, ricca di alimenti antinfiammatori come pesce azzurro, semi oleosi, prodotti freschi e poco raffinati e a basso contenuto di zuccheri, come la carne lavorata, l'alcool e i conservanti, può rappresentare un valido alleato per ridurre la produzione di prostaglandine.Può essere utile ricorrere ad un supplemento di magnesio in fase pre-mestruale, che aiuta a ridurre gonfiore e spasmi muscolari. Così come altre sostanze naturali quali angelica, lavanda e camomilla possono alleviare crampi, dolore e aiutare il rilassamento, così come massaggi circolari al basso ventre, una borsa dell’acqua calda, esercizi di allungamento, posizioni yoga e tecniche di meditazione e respirazione.Tra i farmaci da banco più utilizzati ci sono i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), che bloccano la produzione di prostaglandine riducendo così il dolore. Anche la pillola anticoncezionale, o altre terapie ormonali a basso dosaggio, possono alleviare i dolori riducendo l’intensità degli spasmi dell’utero. Il nostro medico saprà indicarci la terapia farmacologica più adatta a noi. Ricordiamoci che il ciclo mestruale non deve influenzare negativamente la qualità della vita, ostacolare i successi personali e il raggiungimento dei nostri sogni! BEATRICE UGUAGLIATI pic via anishaspice

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Cistite: conoscere per prevenirla

Cistite: conoscere per prevenirla

Cistite, un fastidioso disturbo che tende a ripresentarsi in autunno, complici i primi freddi e l’abbassamento delle difese immunitarie. Proviamo a conoscerla meglio per capire come prevenirla.

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Monetizziamo il nostro grande amore: le relazioni nel XXI secolo

Monetizziamo il nostro grande amore: le relazioni nel XXI secolo

Tinder monetizza! Non è uno slogan, né un'accusa particolare, ma soltanto l'ultima notizia che riguarda quella che è la più celebre – ci sembra – app di incontri. Tinder monetizza, dicevamo, ovvero: la piattaforma introdurrà una moneta virtuale per consentire agli utenti di comprare una maggiore visibilità del proprio profilo, aumentando di conseguenza le possibilità di incontrare altre persone. Il funzionamento è abbastanza semplice, e lo ha raccontato recentemente Daniele Monaco in un pezzo per Wired: «Lo strumento ideato dall’app di appuntamenti romantici per favorire la propensione degli utenti a spendere è una nuova moneta virtuale che sarà utilizzabile solo all’interno dell’applicazione stessa. Il principio è semplice: i gettoni digitali potranno essere acquisiti nella misura in cui gli utenti restano attivi sulla piattaforma o mantengono aggiornato il profilo, ma potranno anche essere scambiati con il denaro reale». Una sorta di economia interna all'app, dunque, che dipende molto dalla frequenza con cui la si usa e che permette una serie di funzioni avanzate, dal Super like, che consente di far conoscere all'altra persona il proprio interesse, al boost, che comporta una maggiore visibilità del proprio profilo, appunto. Di per sé, che Tinder cominci a monetizzare non stupisce più di tanto (chi non lo fa, oggi?); piuttosto la notizia si porta appresso una serie di implicazioni morali, o etiche, destinate a far discutere. L'amore, già offeso dalla sua controparte tecnologica – l'app d'incontri – si vede ora totalmente snaturato dalla sua commercializzazione. In parole povere: pagando, hai più possibilità di trovare la persona giusta. Il dilemma etico è facile da intendere anche per i più progressisti: non è forse meglio cercare l'amore in maniera tradizionale, come i nostri padri e i loro padri prima ancora? Forse. Forse no. Insomma, non c'è una risposta – e anche ci fosse, noi non la conosciamo. Il discorso, però, è un altro, molto più pratico: Tinder comincia a monetizzare perché Tinder è usato. E parecchio anche. Durante i mesi della pandemia la piattaforma ha visto crescere a dismisura i propri utenti, e anche ora le cifre non sembrano calare più di tanto. Le persone alla ricerca di un partner, di un'avventura o anche solo mosse dalla curiosità entrano a far parte di quel sistema digitale che sempre più fa parte della nostra quotidianità. E pensare che fino a qualche anno fa i siti di incontri – ricorderete forse il tanto pubblicizzato Meetic – non erano visti altro che come l'ultima speranza di uomini e donne già senza speranza. Oggi le cose sono diverse, anche se non del tutto. La popolarità delle app di incontri – di Tinder, certo, ma anche di servizi come Grindr – ha condotto queste ultime sotto un'ottima luce. Godono di una buona reputazione, insomma. Ma solo se – e questo è il nodo – solo se usate per avere rapporti occasionali. Chiunque di noi ha già sentito millantare da qualche bocca orgogliosa l'innominabile tipa di Tinder. Che poi sarebbe la ragazza con cui si è usciti dopo il match sull'app e con cui, una cosa tira l'altra, si è combinato qualcosa. Bene. Meno orgoglio si prova, invece, quando con la persona conosciuta online comincia una relazione seria. E capita. Sempre di più. Eppure c'è una certa premura ad annunciare ad amici e parenti (soprattutto parenti) il non-luogo dove si è conosciut* l'altr*. Si cerca una giustificazione, oppure si ridacchia e si dice qualcosa del tipo: «Eh, su Tinder... ma non so come sia successo!». Tendiamo a mettere le mani avanti, a scusarci con l'altro per aver trovato l'amore su una piattaforma il cui unico utilizzo accettabile è quello degli incontri occasionali. D'altra parte, non sono certo clementi i bisbiglii divertiti di certe persone quando scoprono che un* loro vecchi* amic* ha iniziato una relazione in quel modo. Ma insomma, perché? Pare – pare – che inconsciamente concediamo una maggiore libertà, un più ampio progressismo, al sesso occasionale che non alla relazione amorosa. Questa, nonostante i tempi che viviamo e le battaglie che abbiamo combattuto, resta come inevitabilmente ancorato al passato. Non si vuole, dicendo ciò, sconfessare la tradizione in nome di un progresso a tutti i costi, naturalmente. Soltanto, ci sembra opportuno scrollarci di dosso anche questo pregiudizio. L'amore è amore, insomma, che lo si trovi su Tinder o al parco, ciò che conta è la relazione che si costruisce insieme. L'inizio di questa, in fondo, non è altro che un bell'aneddoto da ricordare ogni tanto con un sorriso. Senza pregiudizi o stigmi di sorta. ENRICO PONZIO

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UN "PELO" IMBARAZZANTE

UN "PELO" IMBARAZZANTE

A quantə di voi è stato fatto notare di avere avuto, in giornate particolari, i peli sotto le ascelle, oppure baffetti e sopracciglia incolte? A me sì, ben prima che si diffondesse il movimento no wax (= no cera!), ad alimentare insicurezze che poi, a ben analizzare risultano prive di fondamenta se si raggiunge la consapevolezza di valere molto più di un pelo. Negli ultimi periodi si assiste a una diffusione maggiore della consapevolezza di sé, specie nelle generazioni più giovani che le porta ad attribuire il giusto peso all’innominabile pelo. A lungo, infatti, sono stati vissuti e considerati come un vero e proprio tabù, a causa della pressione esercitata dal canone della donna depilata sempre e ovunque, dotatə di un kit di sopravvivenza irrinunciabile in caso di trasferte di più o meno lunga durata. Mostrare un pelo di troppo poteva mettere in discussione l’intero paradigma della femminilità. Il mantra che a lungo ha dominato lo scenario era che i peli non si dovevano vedere MAI: di qui spot pubblicitari di rasoi e creme depilatorie che scorrevano sulla pelle già perfettamente liscia della modella. E noi, poverə comuni mortali, sempre in perenne lotta coi peli e faticose sedute dall’estetista? È stato bello confrontarci con voi qualche tempo fa, sul nostro canale Instragram, proprio su questo argomento: ci commuove sempre quando qualcunə di voi condivide la sua esperienza o un pensiero con noi, e le risposte alle storie specifiche sui peli e la depilazione sono state tantissime. Siamo contentə di aver ascoltato le vostre storie e felicə perché abbiamo capito che il fatto di eliminare o no i peli dal proprio corpo si sta trasformando in una scelta personale, libera dai preconcetti di genere. Non c’è una risposta a cosa sia più giusto, ma è bello vedere che, dopo anni, ciascunə scelga in base a sé stessa, depilandosi per sentirsi meglio o non facendolo, senza correre il rischio di essere giudicatə per questo. Pensiamo che questa sia una nuova pagina nella definizione di un concetto di bello più libero e inclusivo, all’interno del quale ognunə si possa sentire rappresentatə a prescindere dai peli.   ALICE CARBONARA

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PENSARE ALL'ALTRO

PENSARE ALL'ALTRO

Il mondo moderno – diciamo, a grandi linee, dagli anni Sessanta in avanti – ha avuto la capacità e il pregio di parlare di sessualità. Di parlarne, dicevamo. Non sempre di saperne parlare. Se da una parte, infatti, il Sessantotto e i suoi protagonisti hanno saputo in qualche modo svincolare il sesso da quei retrogradi e tanto fastidiosi taboo, mostrando in piazza la nudità – tra bellezza e imperfezioni – e parlando esplicitamente di sessualità (dall’atto in sé a tutto ciò che la riguarda); dall’altra sdoganare l’argomento ne ha comportato una visione distorta e a tratti pericolosa. L’obiettivo delle battaglie sessantottine era, infatti, l’emancipazione del corpo – maschile o femminile che fosse – e la libertà di come usarlo; eppure il messaggio recepito nei decenni successivi pareva il seguente: oggettivare il corpo femminile (ma solo di un certo tipo, sia chiaro) in nome della libertà. Le televisioni hanno contribuito spietatamente a quest’idea: l’obiettivo era mettere in mostra una donna perfetta, quasi nuda, che non parlasse e non smettesse di sorridere, costretta a ridere di qualsiasi battuta becera del conduttore. Becera, perché quasi sempre riguardava l’ingenuità di lei o la bellezza del suo corpo. Il tutto per soddisfare le pulsioni del popolo maschile comodo sul proprio divano di casa, mentre le poche e silenziose proteste di alcunə venivano spente tra risate e prese in giro. L’industria porno, in questo, non ha aiutato. Non perché sia immorale di per sé (evviva il porno!, ci verrebbe da dire), ma per l’idea che offre del sesso, a dir poco androcentrica. Il piacere riguarda l’uomo, il video termina nel momento in cui lui conclude la sua prestazione, tutta la scena sembra gestirla l’attore in base alle voglie del momento. C’è poco altro, e ben poche eccezioni.   Tutto ciò si riflette in una conoscenza distorta della sessualità da parte dei più, soprattutto quando si è giovani. Insomma, spesso cresciamo con l’idea che nel sesso, il piacere è il piacere del maschio. Non è tanto colpa del porno, e in fin dei conti nemmeno (non totalmente) delle televisioni, quanto di una mancata educazione sessuale. Anche perché nel campo dell’intrattenimento visivo le cose sembrano stare cambiando. Le serie TV, sempre più in streaming e sempre meno in TV, cominciano a guardare alla sessualità come a una materia inclusiva, per tuttə. Due, in particolare, insistono sull’argomento: Big Mouth e Sex Education, entrambe prodotte da Netflix. In modo nuovo e senza filtri, soprattutto per la prima citata, si mette a nudo la sessualità, emergono le problematiche che la riguardano e si forniscono soluzioni a problemi che tuttə, soprattutto nell’adolescenza, affrontano. Ciò su cui si insiste in particolar modo è l’importanza del dialogo. Crescere con l’idea che il piacere è innanzitutto maschile – e che comunque il maschio è sempre e inevitabilmente capace di soddisfare la sua femmina, se vuole – ha provocato un singolare pregiudizio: non ci sono problemi se la donna non raggiunge l’orgasmo, ce ne sono se non ce la fa l’uomo. Perché per le donne è più complicato, si sa. Questo, forse, può anche essere vero. Ma impegnarsi entrambi, come coppia, alla soddisfazione reciproca è al contrario quanto di più sano si possa fare. Spesso le esigenze di ognuno sono diverse, e ciò che piace in quel momento al maschietto può non essere la cosa migliore per lei, o viceversa. Inspiegabilmente, temiamo di chiedere cosa preferisce l’altr*. Abbiamo messo l’asterisco, ma in verità è un problema, come dicevamo, che riguarda più gli uomini. Il piacere femminile è messo in secondo piano, è ritenuto sacrificabile: non per forza per egoismo o maschilismo, ma perché abbiamo imparato così. Perché una volta che l’uomo finisce, è finito il rapporto, e al massimo si riprende più avanti, con lo stesso risultato. Parlarsi, invece, aiuterebbe entrambi. Chiedere alə propriə partner cosa preferisce, fare gioco di squadra perché provi il massimo del piacere, impegnarsi a fondo non solo per noi stessə, ma per l’altrə, comporta un piacere di coppia di gran lunga migliore di quello individuale. Dal momento in cui abbiamo l’intimità, non necessariamente frutto di una relazione, sufficiente per un rapporto sessuale, possiamo anche averla per dialogare, confidarci, parlare.Perché è piacevole. Perché ci fa bene. ENRICO PONZIO

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QUANDO IL MODELLO MASCHILE DOMINA, ANCHE SULLA SALUTE!

QUANDO IL MODELLO MASCHILE DOMINA, ANCHE SULLA SALUTE!

La medicina, teorizzata per secoli da uomini e per uomini, tende ancora oggi a equiparare la donna all’uomo. Si parla di medicina neutrale o medicina indifferente, ma quando si tratta di sintomi, diagnosi ed efficacia dei trattamenti le differenze ci sono eccome!Il dosaggio dei farmaci, così come lo sviluppo e l’utilizzo di dispostivi medici (fatte salve alcune particolari esigenze), vengono in genere studiati su un modello di uomo giovane, di circa 70kg.   La sottorappresentazione del genere femminile nel sistema medico ha radici profonde. La quasi totalità dei programmi scolastici di medicina continua a sostenere che i corpi maschili e femminili sono generalmente gli stessi ad eccezione degli organi sessuali, una convinzione nota come “bikini-medicine”. Negli studi in vitro frequentemente non si tiene conto se le cellule contengano i cromosomi XX o XY. Quando si passa in vivo, su modelli animali, viene preferito l’utilizzo di animali di sesso maschile per ridurre al minimo le differenze causate dalle fluttuazioni ormonali. Nei trial clinici le donne vengono spesso escluse dalle fasi I e II, necessarie a determinare dosaggio, effetti collaterali e sicurezza di un farmaco ed entrano nella sperimentazione direttamente nella fase III, quella in cui si stabilisce l’efficacia del farmaco su una grossa fetta di popolazione.La donna viene quindi considerata come una variazione del modello maschile, ma le differenze morfologiche e fisiologiche determinano una considerevole differenza nella risposta dell’organismo, così come nel modo in cui il farmaco viene assorbito, distribuito e metabolizzato.   A causa del numero ridotto di rappresentanti del genere femminile nei trial clinici, ma anche della mancanza di analisi statistiche che tengano conto delle differenze di genere, le donne sono maggiormente esposte a reazioni avverse ai farmaci dovute a sovradosaggio, ad una riduzione di efficacia e ad effetti indesiderati maggiori o più gravi rispetto agli uomini.Nonostante questa consapevolezza sia maturata e gli organismi regolatori nazionali ed internazionali abbiano creato appositi programmi per monitorare la salute delle donne e la loro partecipazione ai trial clinici, e nonostante il fatto che si sta iniziando a parlare di farmacologia di genere, i protocolli di sperimentazione non sono cambiati e la maggior parte degli studi non prevede una differenza tra maschi e femmine al momento dell’arruolamento e dell’analisi dei dati.   L’inferiorità numerica della partecipazione femminile agli studi sperimentali è imputabile a numerose e diverse ragioni. Ragioni economiche in primis: per stratificare i dati in base al sesso è necessario arruolare uomini e donne, raddoppiando la partecipazione alla ricerca con conseguente aumento di tempi e costi della sperimentazione. Ragioni biologiche: le donne sono considerate soggetti “difficili” per la sperimentazione clinica, a causa delle fluttuazioni ormonali sia cicliche che non (ciclo mestruale, gravidanza, allattamento e menopausa). Questa variabilità crea la necessità di avere un gran numero di partecipanti alla sperimentazione per poter valutare effetti significativi, e non è detto poi che questo accada. Inoltre, molto spesso in caso di partecipazione ad un trial clinico da parte di una donna fertile, per evitare che il farmaco sotto esame possa potenzialmente avere effetti negativi sul feto la casa farmaceutica impone l’utilizzo di contraccettivi ormonali.Mancanza di tempo, dovuta principalmente alla difficoltà di ritagliare del tempo tra lavoro e impegno domestico-familiare, e scarsa attenzione dei reclutatorə alle necessità pratiche e psicologiche femminili. Il comitato bioetico italiano afferma che la mancanza di studi specifici sulle donne, soprattutto nelle prime fasi della ricerca, non consente di misurare la reale efficacia dei farmaci sull’organismo femminile oltre a limitare l’identificazione di farmaci appositamente studiati per le donne.Un’analisi stratificata per sesso può fornire indicazioni utili su quale sia la scelta terapeutica migliore per ciascun individuo e dare informazioni che consentano di approfondire lo studio delle malattie che colpiscono sia uomini che donne, permettendo di capire meglio se possono esserci differenze nell’incidenza o/e nel decorso ascrivibili al sesso.   Un aspetto che potrebbe aiutare ad invertire questa tendenza e spingere verso l’utilizzo diffuso della farmacologia di genere potrebbe essere la presenza di un maggior numero di donne impegnate nella ricerca e nella pratica clinica. La loro presenza, nelle equipe che progettano e gestiscono gli studi e all’interno dei comitati regolatori contribuirebbe ad aumentare l’attenzione nei confronti della necessità di garantire un’uguale rappresentazione femminile e maschile all’interno delle sperimentazioni. La ridotta presenza femminile nel mondo della ricerca, medica ma non solo – pensiamo ad ambiti come ingegneria, matematica, informatica – in cui la scienza viene fatta da uomini, che vivono e percepiscono il mondo a loro immagine, in cui le donne sono solo una variazione sul tema, ha contribuito a creare e ad alimentare una società basata su un modello patriarcale ricco di stereotipi e atteggiamenti machisti, che è giunto il momento di superare. Beatrice Uguagliati

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PILLOL*

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Condividere le responsabilità, alla fine è proprio di questo che si tratta.   Per quale motivo invece si dà comunemente per scontato che sia la donna a doversi preoccupare della contraccezione? ll profilattico smorza la sensibilità, il coito interrotto è poco sicuro e lesivo del piacere, vuoi mettere quanto è più comodo se lei prende la pillola? A partire dagli anni ’60 le donne hanno combattuto, scontrandosi con i pregiudizi della società e gli attacchi da parte di ogni fede religiosa, per ottenere il diritto di assumere contraccettivi, facendosi carico di tutti i loro effetti collaterali, per poter vivere la sessualità non solo più come atto principalmente procreativo ma anche ludico, sottraendosi a gravidanze indesiderate senza dover ricorrere all’aborto.   Di contraccezione maschile si parla molto poco, eppure già Ippocarte aveva studiato un metodo per rendere gli uomini temporaneamente sterili. Il medico greco infatti aveva osservato che, immergendo i testicoli in acqua molto calda, l’efficacia riproduttiva dell’uomo si riduceva. La moderna ricerca sugli anticoncezionali maschili è iniziata nello stesso periodo di quelli femminili, negli anni ’30 del secolo scorso, ma i progressi fatti sono stati nettamente inferiori. Nel 1997 si pensava di essere finalmente arrivati ad una soluzione grazie a una pillola a base di progesterone da associare a iniezioni di testosterone, un progetto che però fu abbandonato nelle ultime fasi dei test per mancanza di fondi (e forse di interesse). Un altro grosso studio basato su l’inibizione ormonale aveva iniziato a fornire delle speranze qualche anno fa, dimostrando un’efficacia paragonabile a quella delle pillole contraccettive in commercio. Purtroppo, però, il numero di effetti indesiderati riscontarti durante il trial sperimentale è stato molto alto, portando alla sospensione dello studio. Oggi la ricerca si sta aprendo anche verso metodi contraccettivi non ormonali: è al momento in fase di sperimentazione una sostanza gelatinosa che viene iniettata nei dotti deferenti dell’apparato genitale maschile impedendo che gli spermatozoi si aggiungano al liquido seminale prodotto dalla prostata e dalle vescicole seminali. In Francia, un metodo sperimentale simile a quello proposto da Ippocrate è stato adottato da numerosi collettivi di uomini: attraverso l’utilizzo di indumenti intimi appositamente pensati si aumenta leggermente la temperatura dei testicoli e dopo tre mesi di utilizzo per quindici ore al giorno, la produzione di spermatozoi diminuisce senza impedire né l'erezione né l’eiaculazione.   Da un’indagine della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia del 2016 è emerso che il 62% degli uomini intervistati sostiene che la contraccezione sia compito della donna. Fortunatamente però non tutti la pensano così: molti uomini, soprattutto dopo aver fatto parte di un gruppo di sperimentazione di contraccezione maschile, si dicono disponibili se non anche desiderosi di alleviare la propria partner dal carico mentale di una possibile gravidanza indesiderata e dagli effetti collaterali della pillola anticoncezionale, assumendosi la propria parte di responsabilità. Ci auguriamo che grazie all’esempio, alla partecipazione e alla condivisione di queste esperienze, il pregiudizio che pone la contraccezione maschile in antitesi alla virilità, ancora saldamente radicato all’interno della nostra società, possa essere finalmente eliminato.   BEATRICE UGUAGLIATI                     

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LA GABBIA DEL CORPO PERFETTO

LA GABBIA DEL CORPO PERFETTO

Lungi dalla spensieratezza che tutti attribuiamo più o meno inconsciamente all’estate, l’arrivo di questa stagione comporta ben più di una perplessità. In primis quella legata al corpo: indossare un costume, un abitino, o un bermuda ci mette davanti al quesito principe della nostra società. Sarò abbastanza adeguatə? Di recente, vi abbiamo chiesto la vostra opinione rispetto a questo argomento in una serie di storie pubblicate sulla nostra pagina Instagram e le vostre risposte ci hanno confermato quanto tuttə siamo soggettə all’influenza di modelli dai quali veniamo costantemente bombardatə e che ci riducono a pensare a noi stessə come a degli esseri inadeguatə al contesto che vivono. Se è vero infatti che negli ultimi anni i media stanno tentando di veicolare l’idea che tuttə possiamo essere chi scegliamo di essere, è anche impossibile non notare un dato in piena contraddizione con questo assunto: la predominanza di figure snelle, giovani, possibilmente sexy, tutti attributi che devono essere mantenuti nel tempo, rievocando il mito irraggiungibile dell’eterna giovinezza. È questo il corpo che siamo abituatə a considerare come vincente, limitando diverse possibilità di espressione di sé, categorizzate come implicitamente sbagliate in quanto difformi dal modello dominante.Quanto sia diffusa questa idea lo dimostrano i numerosi episodi di body shaming, denunciati o meno, che le persone subiscono: da una recente indagine svolta da Nutrimente Onlus, pare che una donna su due abbia vissuto esperienze di questa forma di bullismo, per la quale si viene giudicati per la propria forma fisica. Le parti del corpo più prese di mira sarebbero gambe, pancia, glutei e fianchi; questo per quanto riguarda le donne. Per quanto riguarda gli uomini, il 65% dei ragazzi intervistati ha riferito di aver subito critiche umilianti in relazione al proprio aspetto fisico. Anche se a lungo sono stati sottovalutati, questo genere di commenti ha una ripercussione diretta sull’autostima, alimentando quel senso di inadeguatezza che purtroppo tuttə noi abbiamo sperimentato in qualche episodio della vita. Spintə dal pensiero che il corpo è il nostro biglietto da visita, prima ancora dell’abbigliamento, dell’acconciatura, del livello di istruzione che abbiamo raggiunto, veniamo avvoltə da un mare di pensieri e forse, a volte, insicurezze. Immancabilmente ci sforziamo di appartenere alla nostra epoca storica, ricostruendo il nostro aspetto seguendo i canoni dell’ideologia dominante, anche quando questa è tossica e strumentalizza, come ai nostri tempi, i corpi, e per antonomasia quello femminile. Questa smagliatura? Il seno troppo grosso? E le gambe gonfie? Quesiti che diventano sempre più pressanti quando l’arrivo della bella stagione ci invoglierebbe a scoprire la nostra figura. Ma di fronte allo status symbol dei nostri tempi, quello del corpo perfetto, non possiamo che cadere unə dopo l’altrə: a poco vale l’accavallarsi di diete o intense sessioni di allenamento. Anche questo è strumentalizzare se stessə e il proprio aspetto se non ci si muove da un principio più sano: ad esempio, allenarsi o curare la propria alimentazione per volersi bene e non per essere maggiormente conformi all’immagine che la società ha deciso che dobbiamo rivestire. Solo così, in attesa che alle nostre latitudini decadano stereotipi di questo tipo, potremo dare il nostro contributo: accettando un chilo di troppo, una ceretta in ritardo, una ruga. Non c’è niente di più bello di una persona che si ama per quello che è, anche d’estate.   ALICE CARBONARA

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