Periodica Magazine: lo spazio per il dialogo aperto
LA GABBIA DEL CORPO PERFETTO
Lungi dalla spensieratezza che tutti attribuiamo più o meno inconsciamente all’estate, l’arrivo di questa stagione comporta ben più di una perplessità. In primis quella legata al corpo: indossare un costume, un abitino, o un bermuda ci mette davanti al quesito principe della nostra società. Sarò abbastanza adeguatə? Di recente, vi abbiamo chiesto la vostra opinione rispetto a questo argomento in una serie di storie pubblicate sulla nostra pagina Instagram e le vostre risposte ci hanno confermato quanto tuttə siamo soggettə all’influenza di modelli dai quali veniamo costantemente bombardatə e che ci riducono a pensare a noi stessə come a degli esseri inadeguatə al contesto che vivono. Se è vero infatti che negli ultimi anni i media stanno tentando di veicolare l’idea che tuttə possiamo essere chi scegliamo di essere, è anche impossibile non notare un dato in piena contraddizione con questo assunto: la predominanza di figure snelle, giovani, possibilmente sexy, tutti attributi che devono essere mantenuti nel tempo, rievocando il mito irraggiungibile dell’eterna giovinezza. È questo il corpo che siamo abituatə a considerare come vincente, limitando diverse possibilità di espressione di sé, categorizzate come implicitamente sbagliate in quanto difformi dal modello dominante.Quanto sia diffusa questa idea lo dimostrano i numerosi episodi di body shaming, denunciati o meno, che le persone subiscono: da una recente indagine svolta da Nutrimente Onlus, pare che una donna su due abbia vissuto esperienze di questa forma di bullismo, per la quale si viene giudicati per la propria forma fisica. Le parti del corpo più prese di mira sarebbero gambe, pancia, glutei e fianchi; questo per quanto riguarda le donne. Per quanto riguarda gli uomini, il 65% dei ragazzi intervistati ha riferito di aver subito critiche umilianti in relazione al proprio aspetto fisico. Anche se a lungo sono stati sottovalutati, questo genere di commenti ha una ripercussione diretta sull’autostima, alimentando quel senso di inadeguatezza che purtroppo tuttə noi abbiamo sperimentato in qualche episodio della vita. Spintə dal pensiero che il corpo è il nostro biglietto da visita, prima ancora dell’abbigliamento, dell’acconciatura, del livello di istruzione che abbiamo raggiunto, veniamo avvoltə da un mare di pensieri e forse, a volte, insicurezze. Immancabilmente ci sforziamo di appartenere alla nostra epoca storica, ricostruendo il nostro aspetto seguendo i canoni dell’ideologia dominante, anche quando questa è tossica e strumentalizza, come ai nostri tempi, i corpi, e per antonomasia quello femminile. Questa smagliatura? Il seno troppo grosso? E le gambe gonfie? Quesiti che diventano sempre più pressanti quando l’arrivo della bella stagione ci invoglierebbe a scoprire la nostra figura. Ma di fronte allo status symbol dei nostri tempi, quello del corpo perfetto, non possiamo che cadere unə dopo l’altrə: a poco vale l’accavallarsi di diete o intense sessioni di allenamento. Anche questo è strumentalizzare se stessə e il proprio aspetto se non ci si muove da un principio più sano: ad esempio, allenarsi o curare la propria alimentazione per volersi bene e non per essere maggiormente conformi all’immagine che la società ha deciso che dobbiamo rivestire. Solo così, in attesa che alle nostre latitudini decadano stereotipi di questo tipo, potremo dare il nostro contributo: accettando un chilo di troppo, una ceretta in ritardo, una ruga. Non c’è niente di più bello di una persona che si ama per quello che è, anche d’estate. ALICE CARBONARA
Saperne di piùL'ANSIA PEGGIORE
Una volta ho fatto cilecca! Che pesantezza, che tremendo imbarazzo nell'ammettere una verità così comune e, al contempo, così nascosta, repressa, inaccettabile. Eppure, è così, è successo. E si sa, in questi casi, un capro espiatorio lo si trova ad ogni costo, per quanto poco verosimile esso sia: «Ho bevuto troppo», dice qualcuno; «Sono stanco», qualcun altro; «Eh, le radiazioni del cellulare...». Recentemente Tommaso Ghezzi, per «Il Tascabile», ha raccontato in un articolo quella che, ai tempi, fu una vicenda televisiva celeberrima: la cilecca di Pietro Taricone davanti alle telecamere del Grande Fratello 1. Insomma, il concorrente sex symbol e super-macho non aveva raggiunto l’erezione durante un rapporto con Cristina Plevani. e Ghezzi racconta di come agì il megafono mediatico di Antonio Ricci: essendo stati tutti presi alla sprovvista e dunque smaniosi di una motivazione, ai microfoni si dichiarò che quella défaillance fosse «dovuta al bombardamento delle onde elettromagnetiche irradiate dalle batterie dei microfoni, che i ragazzi tengono fissate sui pantaloni all’altezza dell’inguine». Come poteva, infatti, il maschio per eccellenza fallire proprio nella sua più grande peculiarità? Certo, quella era l’Italia dei primi anni duemila, e il faro berlusconiano Mediaset brillava più che mai: si sguazzava tra il sessismo e il machismo senza che le poche e flebili grida di protesta potessero essere ascoltate da alcuno. Eppure, sulla questione in sé, anche oggi le reazioni sono simili. Capita di fare cilecca, bene. Pare che sia sempre necessario trovare una spiegazione al di fuori di noi stessi, scaricare la responsabilità della cosa su un fattore esterno – possibilmente plausibile – di modo da poterci giustificare agli occhi del mondo. Il fattore psicologico non può essere una scusante: il maschio non fallisce durante il sesso, non prova ansia. È una macchina perfetta, oliata a dovere, che una volta attivata lavora fino a soddisfare (ne siamo poi così sicuri?) le esigenze della femmina. E nel frattempo noi maschi, cresciuti con questa convinzione fin dai primi giorni dell’adolescenza, coltiviamo a poco a poco una paranoia silenziosa, non condivisa con nessuno: la possibilità di fallire. È così silenziosa, appunto, così adagiata in profondità nel nostro inconscio da farci dimenticare della sua esistenza finché un giorno, inspiegabilmente, falliamo. Facciamo cilecca. Il mondo ci è crollato addosso: è successo. Si comincia a sudare, ci si infuria e ci si arrovella sul motivo di quella tragedia. Ci convinciamo di essere gli unici, perché è una cosa che non dovrebbe succedere, perché abbiamo stampata in testa l’idea del sesso come l’animalesco esercizio funambolico del porno-attore palestrato e invincibile. Non si vuole, certo, scaricare la responsabilità di un problema sull’industria pornografica, quanto piuttosto evidenziare l’immagine distorta che si ha, comunemente, della virilità. La vergogna della non-erezione non è altro che l’ennesima delle tantissime rappresentazioni di ciò che non deve essere o fare l’uomo: non deve piangere, non deve assumere atteggiamenti tipici femminili, non deve fallire durante il sesso. Eccetera. Nell’ideale di maschio comune con cui siamo cresciuti non c’è posto per l’emotività, né tanto meno per ogni fragilità di sorta: la virilità è fisicità, a qualunque costo. Succede allora che la pressione sessuale diventa altissima, per alcuni insostenibile, e capita che un evento comune e di poco peso come il mancato raggiungimento dell’erezione si trasformi in vera e propria ansia da prestazione, talvolta in impotenza. Perché ognuno di noi, chiuso nel proprio guscio di convinzioni, è terrorizzato di essere l’unico, di rappresentare un problema. Se cominciassimo a dialogare tra noi, ad ammettere le nostre quotidiane incertezze, le nostre umane fragilità, ci accorgeremmo (rincuorandoci) di una cosa: capita a tutti, o quasi. Questa è la (triste? amara? banale?) verità. Tralasciando i casi di impotenza, i cui numeri sono ben più bassi, secondo le stime ben un uomo su due ha avuto difficoltà di erezione almeno una volta nella vita. Forse si tratta di un esercito di ubriachi, o di persone costantemente colpite dalle radiazioni nell’area genitale. Oppure, più semplicemente, si tratta di uomini comuni, definiti come chiunque da una complicatissima gamma di emozioni, da uno spettro psicologico irriducibile allo status di automa. Uomini, insomma, di tutti i giorni, senza ombra di dubbio non infallibili. ENRICO PONZIO
Saperne di piùGUIDA ALL'USO DEGLI ASSORBENTI INTERNI
Tutto quello che ti farà comodo sapere sugli assorbenti interni... Con l’arrivo dell’estate, spesso si preferisce più comunemente utilizzare i tamponi interni, al posto degli assorbenti esterni. Eppure, il loro utilizzo rimane circoscritto ad alcune situazioni, come ad esempio la spiaggia oppure lo sport: un’abitudine sulla quale può aver gravato l’alone di miti e dubbi legati al loro utilizzo. Sono tante, infatti, le domande che vengono generalmente poste, sintomo di una disinformazione che si è annidata nelle percezioni comuni e che sono state affrontate ancora molto poco e dalle quali è disceso un certo grado di diffidenza nei confronti dei tamponi. Come inserirli? Quanto spesso cambiarli? Il tampone può girovagare per il mio corpo? Per provare a dirimere queste domande, abbiamo chiesto a Francesca, psicologa ed esperta in educazione sessuale, di raccontarci tutto quello che c’è da sapere sugli assorbenti interni, tra suggerimenti pratici e risposte scientifiche a falsi miti radicati nella nostra società. “Come sono fatti?” Gli assorbenti interni sono tamponi di forma cilindrica e punta arrotondata, con un cordone pendulo che va mantenuto all’esterno della vagina e che facilita la rimozione. Alcuni tipi di assorbenti interni sono provvisti di un apposito applicatore monouso. “Perché usarli?” Possono essere utilizzati fin dal primo giorno del ciclo. Discreti, perché invisibili, offrono alle donne il vantaggio di sentirsi più disinvolte e sicure anche al mare, durante lo sport o con un abbigliamento chiaro o aderente. Impediscono la sensazione di umidità delle parti intime e il disagio del caratteristico odore mestruale. “Ma se un flusso abbondante, quale scelgo?” In commercio esistono vari tipi di assorbenti interni di diverse misure per adattarsi al tipo di flusso, basterà leggere sulla confezione. “Come si inserisce?”Se le prime volte avrete qualche difficoltà, non scoraggiatevi: sarà sempre più semplice e, alla fine, vi sembrerà del tutto naturale, come usare gli assorbenti esterni!Per prima cosa lavare le mani prima e dopo l’inserimento. È consigliato assumere una posizione comoda che vi permetta di rilassare le pareti vaginali e la muscolatura del pavimento pelvico. Soprattutto non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve. Potete stare sedute sul bidet, sul water o in piedi con le gambe divaricate, come meglio credete. È importante inserire il tampone lasciando il cordino fuori dalla vagina per favorire la rimozione. Alcuni assorbenti sono dotati di un applicatore per facilitarne l’inserimento. Una volta inserito fino al punto indicato sull’applicatore, si spinge con delicatezza, si rimuove l’applicatore e il gioco è fatto!Se è ben indossato non si avverte la sua presenza. “Quanto tempo lo possono tenere?” È importante NON tenere l’assorbente per troppo tempo in vagina poiché potrebbe causare fastidi e infezioni. Perciò ogni 2/4 ore è bene cambiarlo, anche se il tempo dipende dalla quantità di flusso. È sconsigliato tenere l’assorbente per più di 6/8 ore consecutive. C’è chi utilizza i tamponi anche di notte, tuttavia il consiglio è quello di alternare l’uso di assorbenti interni con quelli esterni. Inoltre, per una scelta ecologica non buttare il tampone nel wc (che potrebbe intasarsi), ma avvolgilo e buttalo nel cestino! “Se uso l’assorbente interno perderò la verginità?” La verginità è un concetto culturale e sociale, non fisiologico. Comunemente si associa la perdita della verginità alla rottura dell’imene. In realtà si tratta di due concetti distinti. Infatti l’imene, è una membrana più o meno elastica che copre parzialmente l’apertura vaginale lasciando libero il passaggio al sangue mestruale. Esso potrebbe essersi già rotto oppure essere talmente elastico da non rompersi mai. Altre domande...Non esistono controindicazioni sull’uso del tampone durante il bagno o la doccia, né durante l’evacuazione (meato uretrale e apertura vaginale sono due fori diversi). N.B.: l’assorbente non può perdersi in vagina, in quanto essa è un canale lungo dai 7 ai 9 cm (a differenza dell’intestino che tende a “risucchiare” tutto ciò che vi viene inserito).N.B.: se dovesse rompersi il cordino (altamente improbabile) sarà comunque possibile rimuovere il tampone usando le dita o chiedendo l’aiuto di un medico. L’uso corretto dei tamponi permetterà di non correre alcun rischio e di sfruttare al massimo i suoi vantaggi. È comunque sempre opportuno consultare un ginecologo in caso di dolori, infiammazioni già presenti o sviluppate a seguito dell’uso di tamponi, alterazioni anatomiche o allergie alle componenti dell’assorbente. FRANCESCA INGHIRAMI Introduzione a cura di Alice Carbonara
Saperne di piùPOTRAI ESSERE TUTTO CIÒ CHE VUOI
Di donne e di STEM Non molto tempo fa una dichiarazione che non avrebbe stonato durante il buio medioevo ha trovato spazio nelle prime pagine dei quotidiani italiani: “è naturale che i maschi siano più portati verso discipline tecniche“…”mentre le femmine abbiano una maggior propensione per l’accudimento”. Da molti anni ormai le neuroscienze hanno smentito questo assurdo stereotipo e le ragazze stanno sgomitando per farsi spazio nelle discipline STEM (acronimo inglese che sta ad indicare scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). La strada da fare è però ancora molto lunga: secondo i dati UNESCO riferiti al 2017 meno del 30% dei ricercatorə nel mondo è donna. In Italia gli scienziati o ingegneri uomini sono il 68% contro il 32% delle donne. Se entriamo nelle Università italiane negli ultimi 40 anni il numero di ragazze iscritte è aumentato esponenzialmente, ma nei corsi STEM la rappresentanza femminile è ancora piuttosto bassa e se si chiede alle adolescenti italiane solo il 5% di loro afferma di voler intraprendere una carriera nel mondo STEM, contro il 20% dei coetanei maschi. Riuscire a farsi spazio nel mondo scientifico è stata una vera e propria battaglia per molte donne, che hanno dovuto affrontare innumerevoli ostacoli, umiliazioni e mancati riconoscimenti. Nel 1993 la storica della scienza Margaret W. Rossiter descrisse il triste ”Effetto Matilda”: il fenomeno per il quale i contributi delle donne alla ricerca scientifica vengono sminuiti, attribuendoli in parte o in toto a uomini. Un esempio su tutti è la storia di Rosalind Franklin, scienziata che assieme a Francis Crick, Maurice Wilkins e James Dewey Watson scoprì la struttura del DNA. Franklin però, al contrario dei colleghi che vinsero il Nobel per la medicina, non ottenne alcun riconoscimento. Questa disparità di genere nelle cosiddette scienze dure ha anche un importante impatto nella società. Ad esempio nell’intelligenza artificiale in cui i maggiori centri di ricerca sono dislocati nel mondo occidentale e popolati da uomini stiamo assistendo alla creazione di intelligenze artificiali a misura di maschio bianco, macchine insomma che pensano come gli uomini che le hanno create. Ma, come dicevamo prima, qualcosa si sta muovendo spinto dalla forza e dalla determinazione di moltissime donne e ragazze che stanno lottando per farsi spazio nel mondo STEM. Uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU è il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di tutte le donne e le ragazze. Numerose iniziative stanno portando nelle scuole di ogni ordine e grado esempi di donne impegnate nelle discipline STEM. Si stanno moltiplicando i laboratori per avvicinare le bambine al coding, all’ingegneria e alle scienze. In questo modo, ampliando gli orizzonti e creando dei modelli di riferimento tutte le bambine si sentiranno libere di scegliere cosa vorranno fare da grandi e nessuno dovrà permettersi di dire loro che è un lavoro da uomini. Allo stesso modo qualsiasi bambino potrà intraprendere qualunque carriera esso voglia: sarà libero di insegnare, ballare, accudire, viaggiare nello spazio, perché anche da quest’altro lato della medaglia è giusto accettare che ad un maschietto le STEM proprio non interessino! BEATRICE UGUAGLIATI
Saperne di piùASTROLOGIA, L'IMPERATRICE
Solstizio d’Estate – L’imperatrice “Chi sei?”. Questa domanda esistenziale ci viene posta giornalmente, ogni volta che facciamo un colloquio, incontriamo una persona nuova, o dobbiamo scegliere una caption su Instagram. Malgrado appaia intimidatoria scritta nero su bianco, siamo abitutati a rispondere usando una serie di ‘tipi’ in cui ci identifichiamo. La città o regione da cui proveniamo, la nostra principale occupazione, il nostro maggiore interesse. Questi gruppi di appartenenza ci permettono di comunicare una grande quantità di informazioni in poco tempo, basandosi sulle loro implicite connotazioni. A volte, sentiamo la necessità di sottolineare come divergiamo dallo stereotipo, magari affermando che ‘Anche se sono di Roma, la carbonara non la so cucinare’. I tipi ci permettono di attestare la nostra identità, dandoci un punto di riferimento contro cui misurarsi. L’astrologia funziona in modo simile. Roberto Sicuteri, nel suo libro “Astrologia e Mito: Simboli e Miti dello Zodiaco nella Psicologia del Profondo”, spiega come i segni zodiacali riflettano i tipi presenti nei miti classici. Ci viene presentata un’idea generale della nostra personalità contro cui confrontarsi. L’astrologia in sé è un’arte, molto diversa dall’oroscopo che suggerisce ai Gemelli di evitare le cipolle il martedì e promette l’incontro del vero amore ogni settimana dal 1976. Gli astrologi passano anni a studiare le carte astrali, uniche per ogni individuo, e le usano come guida per porre domande intenzionalmente generali, che ci presentano la possibilità di interrogarci sulle parti più profonde di noi stessi. Lo spazio lasciato all’interpretazione, spesso motivo di critica all’astrologia, è ciò che ci permette di rispondere onestamente a domande che non abbiamo mai avuto il coraggio di porci. Una specie di macchie di Rorschach delle stelle, insomma. Ci sono diverse ragioni per cui l’astrologia è diventata sempre più popolare negli ultimi anni. Da una parte, stiamo vivendo una profonda crisi economica e climatica, e la sensazione che il mondo sia sottosopra è stata aumentata dalla pandemia. Tutti i punti di riferimento che avevamo sono stati spazzati via, è ovvio che qualcosa debba cambiare. Il rifiuto della razionalità e avidità che ci ha portato al nostro presente rende l’alternatività di un modo di vivere basato sull’intuito più attraente. Non tanto diverso dagli anni ‘70, durante cui la rivoluzione culturale è stata avanzata da hippy che cantavano ‘The Age of the Aquarius’. La crisi climatica ci ha portato a volere una relazione più profonda con il pianeta che abitiamo. Molti concetti legati all’astrologia sono ereditati da una cultura rurale. Ad esempio, solstizi ed equinozi sono legati alle antiche feste del raccolto. Considerando che il modo in cui dividiamo il tempo è completamente inventato (letteralmente abbiamo deciso che un mese all’anno ogni tanto cambia numero di giorni solo per far tornare i conti), non sembra così assurdo seguire i ritmi delle Terra. Infine, viviamo in un mondo in cui le relazioni sono sempre più superficiali. Armati di app e social media che ci danno la possibilità di creare amicizie e romanticismo usa-e-getta con la facilità con cui si ordina una poke bowl su Deliveroo, troviamo difficile passare da ‘Qual è il tuo colore preferito’ a ‘Raccontami i tuoi segreti più bui’. L’astrologia è un modo divertente per accedere a conversazioni più profonde. Non è ancora socialmente accettabile chiedere a qualcuno se si reputa impulsivo o testardo al primo appuntamento, ma è considerato normale domandare “Sei Ariete o Capricorno?”. È importante tenere in considerazione che c’è un motivo preciso per cui l’astrologia è considerata da molti un passatempo stupido, e quel motivo è… rullo di tamburi… il patriarcato! Sempre lui. Storicamente, tutto ciò che piace particolarmente alle donne è stato etichettato come stupido e di poco valore e sostanza, per mantenere in piedi un sistema maschilista facendo sentire le donne stesse stupide, di poco valore e sostanza. Il fatto che il pop e le rom-com siano considerati i generi peggiori malgrado siano i più profittevoli non è una causalità. La nostra società continua a guadagnare con quello che piace alle donne, per poi sostenere che è robaccia che non vale nulla. Perché il fantacalcio va bene e le fasi della Luna no? Almeno la Luna esiste. Spesso l’astrologia viene criticata perché accusata di non avere effetti reali sul mondo, ma gli effetti reali dipendono da convenzioni. La nostra intera esistenza è basata su convenzioni valide solo perché decidiamo di renderle tali. Il sistema monetario e la religione non sono cose vere, ma hanno effetti reali perchè come società abbiamo deciso così. Recentemente il meme astrology gf and stock market bf è diventato virale. Buzzfeed sostiene che nasce dal fatto che lo stock market per le donne è tanto difficile da capire quanto l’astrologia per gli uomini. Non è proprio così. La verità è che entrambi sono credenze basate sul niente. Numerose volte è stato dimostrato che il valore di un’azione è tanto influenzato da quello della relativa azienda quanto il mio ritardo nelle ultime due settimane da Mercurio Retrogrado. Si basa tutto su quello che le persone credono e vogliono accettare come realtà. Insomma, viviamo in un mondo in cui un po’ di user di Reddit possono far crashare un intero sistema e la gente si arricchisce con i dogecoins, però l’idea di usare il Solstizio d’Estate come scusa per celebrare i sei mesi passati e onorare il fatto che le giornate cominciano ad accorciarsi, quello è irrazionale. L’astrologia è un passatempo divertente ed innocuo. Se ti interessa, goditelo. Se qualcuno ti critica, alza gli occhi al cielo e dì “Sei proprio un [il suo segno zodiacale]”, perché è sempre divertente. Ah, e il vero amore? Quello lo incontri la prossima settimana, tranquill*. Sei sopravissut* ai primi sei mesi del 2021, congratulazioni! I nostri antenati, che avevano capito tutto, festeggiavano il solstizio d’estate per celebrare il raccolto e onorare l’allungarsi delle notti. Se vuoi sentirti un po’ strega, ecco come celebrare il tuo lato femminile e le piccole vittorie dei mesi passati, come scegliere i jeans invece dei pantaloni della tuta. Il solstizio rappresenta un momento di fioritura, crescita e potere creativo. L’estate inizia a mostrarsi in ogni angolo, calda e accogliente. Nei Tarocchi, la carta rappresentativa di questo momento è l’Imperatrice, a sprigionare non solo energia propulsiva e sensuale, ma a rappresentare anche un momento preciso nel ciclo femminile: l’ovulazione. I giorni fertili di questo momento sono un’occasione eccezionale per convogliare passione e vitalità nella quotidianità, prendersi cura degli altri e dei propri progetti come per nutrirli. Ogni mese, durante il periodo dell’ovulazione, prendiamo le vesti dell’Imperatrice, apparentemente statica sul proprio trono, ma in fase di creazione e di nutrimento, circondata da abbondanza: acqua, piante, fiori, uno scenario rigoglioso. Nel giorno del solstizio, l’Imperatrice ci invita a celebrare il lato più materno e premuroso, verso tutto ciò che ci circonda, ma anche verso le nostre realizzazioni personali. Per onorare il 21 giugno, giorno più lungo dell’anno, e caldo sotto ogni punto di vista, ecco qualche idea: Fai fiorire qualcosa. Accendi una candela e scrivi una nota a te stess* su cosa vuoi far fiorire quest’anno. Su cosa vuoi crescere? Cosa richiede cura nella tua quotidianità? Quando la candela si sarà consumata quasi completamente, puoi bruciare il biglietto, e sotterrare le ceneri nel terreno, o in un vaso di fiori. Trova una raffigurazione dell’Imperatrice, potrebbe essere la carta, un’immagine, una raffigurazione in un libro e prova a connetterti con la figura. Cosa pensa? Quali sono le forze interne ed esterne che la contraddistinguono? Prova a metterti al suo posto, e a visualizzare in quale ambito della tua vita o del tuo percorso queste forze si manifestano. Passeggia nella natura! Il modo migliore per connettersi con la creazione, la crescita e la fioritura del Solstizio è allontanarsi dall’artificiosità e dal cemento cittadino per ricaricarsi e scoprire la propria estate interiore. Buon solstizio! LINDA MASSI & GINEVRA PETROZZI
Saperne di piùINCLUSIVITÀ E PRONOMI
Singular they, pronomi di genere e altre incomprensioni «Je est un autre», «Io è un altro», esordiva il giovane Rimbaud nella sua celebre Lettera del veggente, confondendo fin da subito il lettore con una stonata deformazione grammaticale. Recentemente, Demi Lovato, cantautrice e attrice statunitense, dichiarando la propria identità non-binaria, ha chiesto che non ci si riferisca più alla sua persona con i pronomi (femminili e singolari) she/her, ma con la terza persona plurale they/them. Insomma, una stonatura, all’orecchio, simile a quella di Rimbaud. Se però il poeta vedeva nella mancata concordanza una fuga dal soggettivismo e dalla propria identità, Demi Lovato trova in questa operazione un mezzo per esaltarla. Per mettere in chiaro le cose, verrebbe da dire in poche parole. È bene procedere con ordine. Traducendo letteralmente dall’inglese è facile, per noi italiani, fare confusione. Se il corrispondente italiano loro è corretto da un punto di vista grammaticale, infatti, l’uso che ne fa Demi Lovato è un altro, quello che in inglese è indicato come singular they, il they singolare, e ha la funzione di pronome singolare neutro. Qualche grido di protesta si alza dal mondo di internet: esiste già it! È vero, è sacrosanto, ma viene utilizzato in riferimento alle cose o agli animali! Perché mai, ci chiediamo, qualcunə che non si identifica né nel maschile né nel femminile dovrebbe svilire sé stessə con il pronome it? La forma del singular they, allora, consente alla lingua inglese di ampliare il proprio spettro linguistico andando a includere coloro che non possono (e non vogliono) identificarsi nella polarizzazione canonica she/her – he/him. Ma non si tratta, tuttavia, di una forma nuova. Il blog Terminologia, curato dalla linguista Licia Corbolante, dimostra infatti la sua attestazione già seicento anni fa, per quanto il suo uso fosse destinato soltanto nel caso di soggetto indefinito (anyone, nobody...) o quando non si conosca il genere (per esempio il generico friend). Ora, alla luce delle rivendicazioni di genere, si sta cominciando a estendere tale forma, sfruttando il suo potenziale inclusivo implicito a favore di un’inclusività linguistica. E si tratta di un’estensione piuttosto rapida e capillare, se si considera che Instagram (per il momento nel Regno Unito e negli USA) ha recentemente annunciato l'introduzione dei pronomi di genere nella biografia del profilo. L’italiano, naturalmente, si comporta in maniera diversa. Per quanto riguarda i plurali e i soggetti indefiniti (qualcuno,nessuno...) grammaticalmente ci si avvale del cosiddetto maschile sovraesteso, che include in sé generi diversi. In più, nella nostra lingua sostantivi, aggettivi e verbi hanno desinenze che indicano il genere (amic-o / amic-a...), distinguendo in maniera più categorica rispetto all'inglese. Per questo motivo, non esiste la possibilità di un pronome che vada a includere un neutro, proprio perché è un genere non previsto dalla nostra grammatica: they/them, pertanto, è intraducibile. Per cui, no, Demi Lovato non pretende che ci riferisca alla sua persona come loro, bensì in una forma che, per ora, non esiste nella nostra lingua. Eppure, ne esiste la necessità. Perché identità non-binarie, per forza di cose, esistono anche in Italia, e forse sarebbe il momento di trovare una soluzione pronominale che soddisfi le loro esigenze. L’introduzione di un pronome neutro in quelle lingue che non lo prevedono, fa parte di un più ampio meccanismo di evoluzione sociolinguistica che non fa altro che riflettere le necessità, le pretese e le battaglie sociali che al giorno d'oggi governano la scena pubblica. Tutto ciò non deve essere percepito come un'aggressione nei confronti della nostra lingua, o una strana forma di terrorismo sintattico-grammaticale, ma come uno dei tanti simboli di una lotta legittima, che ha bisogno di farsi sentire su più fronti. La lingua è un fattore sociale, e in quanto tale risente della fluidità sociale: l’uso della forma “tutt*” / “tuttə”, per esempio, richiama a una problematica, ahimé extralinguistica, di esclusività e discriminazione di genere. Fare uso di tali forme, pertanto, è in primo luogo una presa di posizione: non necessaria da un punto di vista grammaticale, ma sociale sì. Significa accorgersi che tra il pubblico a cui si sta facendo riferimento con quel “tutt*” (o “tuttə”) esistono realtà e identità diversissime, tutte da porre sullo stesso piano. Non si tratta, allora, di una rivoluzione grammaticale o linguistica in senso stretto; la lingua in questo caso è piuttosto un mezzo per un fine: l'inclusività di genere. Sui pronomi personali, il dibattito è oggi aperto più che mai, e capita che paladini della lingua o della società, da entrambi i fronti, si espongano e si indignino senza avere ben presente i complicati meccanismi linguistici. Questo, forse, importa poco. Ciò che è importante, crediamo, è la portata che le battaglie sociali e di genere (in tutte le loro sfaccettature) abbiano sulla scena pubblica; anche se tra varie incomprensioni, traduzioni errate e strafalcioni, l’inclusività è un problema di cui si parla. Dopo anni di silenzio, di soprusi e di ingiustizie, stiamo vivendo un momento di lotta in qualche modo rivoluzionario, che obbliga anche i più restii a riflettere sulla diversificazione (bellissima) della società, obbliga a rendersi conto che alcuni individui sono più discriminati di altri, o addirittura nemmeno tenuti in considerazione. Ora sentiamo la loro voce. Ora ne parliamo. Finalmente. ENRICO PONZIO
Saperne di piùIl ripristino degli ecosistemi
“Reimagine, recreate, restore”: una realtà che può essere realizzata solo dalle nuove generazioni. Questo è quanto auspica la giornata mondiale di ieri dedicata all’ambiente e che si celebra ogni anno il 5 giugno. Certamente, lo stile di vita adattato per decenni dal mondo occidentale ci potrebbe far pensare due cose: che si tratti di una grande utopia e che preveda un cambiamento radicale che mette in discussione un gran numero di abitudini a cui è abituata la nostra civiltà. È da qui che vogliamo partire: cosa vuol dire essere parte di questa civiltà? Basandosi su giudizi di valore e adottando come riferimento un principio di innovazione, giorno dopo giorno la civiltà ha facilitato gli aspetti più piccoli del vivere come individui, ma siamo sicuri che l’ambiente naturale, come principale attore del nostro ecosistema, resti indifferente alle nostre scelte? L’esperienza e la scienza ci insegnano che le risorse non sono infinite e che il nostro stile di vita deve cambiare, passando da una categoria di pensiero individualista a una collettiva, rispetto alla quale ogni singolo elemento presente nei diversi ecosistemi e la loro biodiversità siano rispettati. Eradicare il concetto di civiltà euro-centrista e ricostruire una cultura basata sul rispetto del sociale e soprattutto dell’ambiente, è il ruolo che dobbiamo rivestire, come attori, in questo mondo. Forse si può ripartire dai concetti basilari su cui erano fondate le culture indigene, un modello a lungo considerato arcaico e arretrato da parte dei colonizzatori: eppure proprio quel 5% di popolazione mondiale costituita dalle culture indigene si trova a essere amministratrice essenziale dell’ambiente. I popoli indigeni hanno costruito stili di vita che si adattassero e rispettassero il loro ambiente. In montagna, i sistemi creati dalle popolazioni indigene conservano il suolo, riducono l'erosione, conservano l’acqua, riducendo il rischio di disastri ambientali. Nelle praterie, le comunità pastorali indigene gestiscono il bestiame e la coltivazione in modo sostenibile, affinché le praterie conservino la loro biodiversità. In Amazzonia, ci sono prove che dimostrano quanto gli ecosistemi migliorano quando nelle zone abitate dagli indigeni. Queste culture ancestrali potrebbero essere una guida per la nostra generazione e quelle a venire, insegnandoci con il loro pensiero il rispetto e collaborazione tra noi essere viventi in questo pianeta che ci ha colto. Può essere un primo spunto perché la nostra generazione possa essere ristoratrice di questo pianeta che sempre, amorevolmente, ci ha accolti. LAURA HERRERA
Saperne di più#PINKYGATE, EPILOGO DI UNO SCANDALO
Se hai il ciclo ti prego di non toccare i miei fiori, non vorrai farli appassire!? Se puoi evita di farti la doccia e per carità, signora mia, la tinta anche no durante quei giorni…Perfetto, quindi che faccio, mi verrebbe da chiedere? Mi metto seduta e aspetto in solitaria che tra quattro o cinque giorni le mie mestruazioni siano finite?Tuttə conosciamo le stravaganti leggende che circolano nei dintorni di ciclo-dotatə e, vista la frequenza delle occorrenze e il vasto campionario di miti, ci sorge il dubbione: qualcuno ancora ci crede? Forse sì! Più di una volta mi è successo di abbozzare un sorriso, convinta della battuta, che però lasciava l’interlocutorə sbigottitə, e forse persino infastiditə dei miei apprezzamenti al vaso di peonie di sua proprietà.Sappiamo, senza entrare nel merito di intricate questioni antropologiche, che tutte queste credenze possano essere ricondotte ad un ancestrale terrore legato al sangue mestruale che affonda le sue radici nel passato. A lungo diverse culture hanno considerato le mestruazioni come un’impurità dal potere di contaminare qualunque cosa o persona ne entrasse in contatto. Il potere di questa eco primordiale, che credevo quantomeno assopita alle nostre latitudini, è venuta a galla circa un mesetto fa, legata a una notizia che ha fatto il giro del mondo. In Germania era stato lanciato un progetto che ha del bizzarro: si tratta di Pinky Gloves, un’idea partorita da due imprenditori tedeschi che pensavano di avere avuto l’idea del secolo. La produzione di guanti usa e getta (ovviamente rosa!) per rimuovere assorbenti e tamponi usati.Un’idea che, più che risolverli, i problemi li ha creati: intanto informiamo il pubblico che cambiare un assorbente o un tampone che sia non è una scena splatter da film dell’orrore e che, tendenzialmente, anche se una goccia dovesse sporcare un dito, il sangue non è acido muriatico, quindi tutti tranquilli. Tralasciamo il fatto che i guanti, poi, erano pure usa e getta, andando a impattare sull’ambiente e tralasciamo pure il colore che era stato pensato per loro: il rosa. Pinky Gloves le aveva proprio tutte e infatti ha avuto una risonanza tale sui social che ne è disceso un vero e proprio scandalo, accompagnato dall’hashtag #pinkygate. La polemica, che accusava gli ideatori del progetto di sessismo, ha determinato la serrata del progetto e le contestuali scuse dei due imprenditori. Questa volta, almeno, alle principesse in rosa sono caduti i guanti e sono prontə a sporcarsi ancora le mani. ALICE CARBONARA
Saperne di piùPER LA LIBERTÀ
Secondo una statistica di Gay Help dello scorso anno, riportata su La Repubblica del 16/05/2020, il 27% degli adolescenti non vorrebbe condividere il banco di scuola con un compagno omosessuale. Pensando all’omofobia, tendenzialmente, si escludono i giovani, relegandola a un pensiero retrogrado e vagamente bigotto che persiste soltanto da una certa età in su. Pare che non sia così, o almeno non del tutto. L’indagine di Gay Help dimostra che la tendenza giovanile alla discriminazione, più o meno violenta, è decisamente troppo elevata. Tutto ciò preoccupa maggiormente se si considera che le vittime di omofobia, bifobia e transfobia in Italia siano state 187 tra il 2018 e il 2019 e 134 l’anno successivo. Vanno aggiunti, a questi dati, le discriminazioni minori, gli insulti e via dicendo. La questione, negli ultimi giorni, è stata particolarmente animata per via delle vicissitudini del celeberrimo DDL Zan e della presa di posizione del cantante Fedez sul palco del Primo Maggio. Che si condividano o meno le modalità e i toni utilizzati dall’artista, è chiaro che, tra statistiche e tendenze, il dibattito è accesissimo. Insomma: uno spettro si aggira per l’Italia, lo spettro della lotta contro l’omofobia. E meno male. Tralasciando i numeri, fondamentali quando si combatte contro certe discriminazioni, l’oggetto della discussione è il pensiero, l’etica del singolo. Perché di per sé, omofobia significherebbe la paura irrazionale nei confronti di un individuo omosessuale, ma gli episodi di violenza e discriminazione poco hanno a che vedere con la sfera della paura. È, al contrario, una vera e propria ostilità nei confronti di un fatto reale, tangibile, e soprattutto estremamente privato. Discriminare, aggredire o anche solo negare la possibilità di affetto, amore o sessualità tra due persone dello stesso sesso (o genere) implica entrare in un campo che non ci riguarda. La stessa convinzione di poter giudicare la sessualità dell’altro è sinonimo di presunzione morale, come un giudice etico che con il suo lungo indice stabilisce il giusto e lo sbagliato. Che sia irrazionale come tendenza, dunque, non c’è dubbio, ma non confondiamola con la paura: si tratta di odio, di rabbia. E dunque di violenza. La battaglia contro l’omofobia, da alcuni anni, si è intensificata, prima altrove e ora anche da noi. Oggi è uno di quei giorni in cui maggiormente si discute di ciò, si scrivono articoli, ci si schiera; perché il 17 maggio è la giornata mondiale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. Generalmente, giorni come questo generano polemiche, opposte e simili. Da un lato c’è chi controbatte domandando, retoricamente, perché non esista, per esempio, una controparte: insomma, perché non esiste la giornata mondiale contro l’eterofobia? (Polemica simile a quella che vorrebbe l’istituzione della Festa dell’uomo). Costoro sono solitamente quelli che non si dichiarano contro l’omosessaulità in sé, ma non sono disposti a concederle il diritto alla famiglia, e ai quali si drizzano i capelli sentendo parlare di Pride. Superfluo, crediamo, discutere dell'assurdità di tali obiezioni. Dall’altra, c’è un’esagerazione del senso di giustizia, che vorrebbe che la lotta contro l’omofobia si combattesse tutti i giorni, che la festa della donna fosse tutto l’anno eccetera. Sacrosanto, ma si perderebbe il focus del problema: la violenza omotransfobica (o di genere). Istituire giornate mondiali, in casi come questi, non è una formalità, né un’occasione per celebrare la diversità (quale diversità, poi?); significa piuttosto una presa di posizione, un grido che denunci alla luce del sole le angherie quotidiane che la popolazione non eterosessuale subisce quotidianamente, i pregiudizi, le stigmatizzazioni, e anche le caricature carnevalesche dell’omosessuale, specie se maschio (è ben presente nell’immaginario collettivo l’uomo effemminato e superemotivo che dovrebbe incarnare in sé ogni gay). L’omofobia, in Italia come in gran parte del mondo, è un modello così radicato da poter essere estirpato solo con una lotta a gran voce, solo con leggi che limitino le aggressioni, solo gesti eclatanti e spudorati. La giornata mondiale, in questo senso, così come la parata del Gay Pride, sono non soltanto giuste, ma inevitabili nel processo di cambiamento che, dobbiamo dircelo con un pizzico di orgoglio, sta avvenenendo. Giorno dopo giorno, sembrerebbe che si compia un passo in più verso il raggiungimento della parità dei diritti: non perché avvengano meno violenze o non ci sia più discriminazione, ma perché finalmente se ne parla a dovere, perché si scrivono leggi, perché si prende posizione su un palco in diretta nazionale. Oggi più che mai, proprio in base al fatto che la nostra voce arriva a un grande pubblico, bisogna resisistere e lottare. È necessario, perché non si tratta di ideologia, o di politica, ma di mera giustizia. ENRICO PONZIO
Saperne di più



