Sessualità e scuola

C’è uno scarto notevole tra ciò che gli adulti pensano che i ragazzi e le ragazze sappiano a proposito del sesso e ciò che sanno davvero. Ci riferiamo a quella parte di popolazione molto giovane, gente delle medie insomma, che - come è noto - comincia proprio in quegli anni ad approcciarsi al sesso - in senso lato - e a tutto ciò che lo riguarda.

 

Eppure, più o meno consapevolmente, tendiamo ad auto-convincerci che loro, di sesso, sappiano ben poco. Forse è così. Sapere è un concetto vago e ampio, e conoscere la sessualità è un qualcosa che si fa con il tempo, senza neanche imparare tutto. Ciò che è indubbio, però, è che * ragazz* della loro età hanno quasi quotidianamente un contatto con i più svariati contenuti espliciti. Non solo conoscono un corpo nudo, femminile o maschile che sia, ma conoscono la terminologia, le posizioni, le categorie pornografiche, i nomi di attori e di attrici.

Conoscono come funziona, in teoria, un atto sessuale e non se ne stupiscono più di tanto. Ne parlavo qualche giorno fa con un caro amico insegnante di scuola media. Mi raccontava di questa conoscenza enciclopedica, per quanto non per esperienza diretta, della materia da parte dell* alunn*. Soprattutto maschi, dice. Tutto ciò accade tra l’inconsapevolezza o negazione da parte degli adulti, che siano insegnanti datati che confondono l’educazione sessuale con l’anatomia o che siano genitori incapaci di pensare al loro figlio o figlia come a un potenziale fruitore di porno. Mi riportava un caso specifico. Il padre di un alunno, infuriato, lamentava agli insegnanti il comportamento di un compagno, colpevole di aver inviato al proprio figlio un link di un noto sito pornografico.

Il figlio, naturalmente, non aveva visto il video, diceva lui, perché sul telefono ha un ineludibile sistema di blocco dei contenuti espliciti (certo, certo). Pur lasciano da parte l’ironia, l’evento rappresenta una fotografia amara e reale. Docenti e genitori, ovvero coloro che dovrebbero, insieme ad altri, non dico insegnare ma per lo meno parlare di sessualità, non lo fanno, o se lo fanno, è un farlo a tentoni, quasi con un senso di imbarazzo. Nelle scuole in particolare manca ancora un’educazione sessuale programmatica e sensata.

 

È vero, esistono casi in cui - nelle scuole superiori - vengono ospitati esperti per parlare della cosa, ma sono casi isolati. Non è la norma. Spesso la materia è affidata a docenti che per formazione non sono adatti a parlarne, e scambiano la sessualità con l’anatomia. Spiegare come avviene l’eiaculazione di un uomo o come una donna rimane incinta limita a una fredda e distaccata conoscenza scientifica la cosa, conoscenza che da molt* verrà anche ignorata. E non solo: limitare alle scuole superiori quei pochi approcci di educazione sessuale vera, come se ci fosse una qualche censura alla cosa prima dei sedici anni, esclude tutta una parte di pubblico che nel frattempo approccia dei contenuti sessuali senza un filtro o una consapevolezza, anche solo di base.

 

Lo sdoganamento nella pornografia, per quanto sacrosanto, può avere effetti impattanti se non accompagnata dall’idea che quella non è il sesso. La pornografia non è e non deve essere educazione sessuale, non dobbiamo lasciare che generazioni di individui formino la propria sessualità su modelli lontanissimi dalla realtà. I rischi, infatti, sono molti. Innanzitutto la struttura maschio-centrica della maggior parte dei porno, che relega la donna a mero strumento per l’eiaculazione in un atto violento e martellante che finisce quando è il maschio a finire; e in secondo luogo il senso di inadeguatezza che si sviluppa, solitamente in un ragazzo, osservando certi modelli. Se l’unico approccio vero alla sessualità è stata la pornografia, nel momento dell’atto potrebbe non essere in grado di accettare i propri limiti, le proprie dimensioni, le proprie sicurezze. Eccetera.

 

Per quanto sottovalutiamo la cosa, il sesso è una sfera che costantemente circonda gli individui. Che per quanto ci ostiniamo a chiamare tabù, e a trattarlo da tale, tale non è. Il sesso ci circonda, siamo bombardati da immagini, filmati, discussioni: eppure a casa e a scuola ci convinciamo che in fondo va bene non parlarne, o se mai accennare di sfuggita il tema. No. È necessario parlarne perché è necessario mediare tra un mondo in cui il sesso è parte della cultura e delle persone che con il sesso si dovranno, prima o poi, confrontare. E se ne devono occupare figure esperte, psicologi se non sessuologi.

 

Non insegnanti di altre materie, più o meno costretti da un’indicazione ministeriale a inserire nella programmazione un paio di ore all’anno di educazione sessuale. Perché quella non è educazione sessuale, è un modo per pulirsi la coscienza, perché lo Stato possa rassicurarsi nella consapevolezza che certi temi li affronta. Non basta, vogliamo di più.

 

ENRICO PONZIO




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