ORANGE THURSDAY CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. Un dato che ha subìto un’impennata durante la pandemia: secondo un recente report delle Nazioni Unite si arriva a 2 donne su 3 in 13 paesi del mondo. Solo una su 10 ha denunciato l’abuso di cui è stata vittima alla polizia.
Ancora troppi, oggi, oltrepassano la linea del consenso. A ogni latitudine, ogni giorno. Una violenza che si incarna in diverse tipologie: fisica, sessuale, psicologica e che, come tutte sappiamo, può arrivare a determinare la morte. Una vita che si spezza. Per un atto di pretesa supremazia. Per un impeto di gelosia. Per il desiderio sconsiderato di delegittimare l’inviolabile diritto della libertà.

La fine della violenza di genere interessa ciascunǝ di noi. Passa dalle idee che veicoliamo nel corso dei nostri rapporti personali. Passa attraverso l’educazione. È responsabilità nostra parlare e plasmare un nuovo modo di pensare in merito al genere, al rispetto, ai diritti umani. Perché è mio diritto, è nostro diritto fondamentale essere libere. Libere, tra l’altro, di dire NO ed essere ascoltate.
È dovere di tuttǝ diffondere la cultura del consenso: non può più esistere «Se l’è cercata», né «Gli uomini sono uomini». Non è colpa delle donne. Non è colpa dei loro vestiti. Non è colpa delle strade buie. Non è colpa loro se stanno camminando da sole. La colpa è di tutti quelli che esercitano violenza, in qualunque modo lo facciano.

Tra le più importanti cose che possiamo fare è ascoltare e credere alle survivors. È compito nostro ricreare uno spazio sicuro che le accolga, perché possano testimoniare la propria esperienza, il primo passo per boicottare il ciclo dell’abuso.

Per questo terminiamo questo intervento con le parole di due survivors che hanno voluto raccontare la loro esperienza, perché quello che è successo a loro non capiti mai più. 

 

G: «Oggi ho 19 anni e vivo a Torino. Ho subito un’aggressione a giugno del 2020. Da poche settimane era finito il lockdown, il primo e per certi versi il più segnante. Seppure con le dovute precauzioni, era possibile uscire. Dopo mesi avevo l’occasione di incontrare nuovamente i miei compagni di classe, al completo. Alcuni professori, infatti, avevano organizzato un piccolo ritrovo per un veloce saluto prima delle vacanze estive, nel parco più importante della città. Avete presente la sensazione di tornare a vivere, rincontrando le persone che appartenevano alla vostra routine prima del lockdown? Quella era la mia sensazione.
È stato un bel pomeriggio. Nel giro di poco tempo è arrivato il tempo dei saluti e le macchine dei miei amici erano tutte piene: ho deciso di tornare a casa a piedi. Sinceramente non mi dispiaceva fare due passi: erano circa le 18.30, non era buio, e non mi trovavo in nessuno di quei posti che l’opinione pubblica reputa pericolosi, cercando di attribuire una qualche responsabilità dell’aggressione alla vittima piuttosto che al carnefice.
Mi si slaccia la scarpa. Mi fermo per rimettere a posto i lacci. In quel momento vengo raggiunta da un uomo: di lui ricordo che aveva una trentina d’anni e che era vestito di nero. Mi afferra per un braccio, mi insulta, prova a toccarmi. Io ero completamente impietrita. Opponevo resistenza, ci provavo, mentre lui mi trascinava verso una piccola via dove avevo ipotizzato che avesse la macchina. Quello è stato il suo passo falso: lì abbiamo incontrato tre ragazzi. Ero impaurita e non ho detto niente. Lui provava a coprirmi col suo corpo, come se volesse mascherare la mia presenza. Gli altri devono aver letto qualcosa che non andava in quella situazione. Ci hanno guardato dal fondo della strada, nascondendosi dietro l’angolo, mi avrebbero raccontato dopo: quando hanno visto che continuava a insultarmi e trascinarmi verso chissà dove sono intervenuti.
C’è stata una colluttazione tra loro: io continuavo a rimanere ferma. L’aggressore è scappato e gli altri mi hanno accompagnata dove io avevo chiesto. È stato difficile scrollarsi di dosso la paura: a lungo ho pensato che è stato solo grazie all’incontro fortuito di tre sconosciuti che hanno intuito il pericolo, che l’altro non ha potuto andare a fondo nella sua aggressione. Spesso mi sono chiesta cosa sarebbe successo, dove mi avrebbe portata. Non lo so. Oggi mi rimane un fortissimo senso di gratitudine verso quei tre ragazzi. Parlarne oggi è il mio gesto concreto per invitare chiunque abbia vissuto una situazione simile alla mia a generare il dialogo. Non è colpa vostra. Mai».

 

E: «Nel 2016 avevo 15 anni. In una discoteca del centro della mia città avevano organizzato una festa di istituto. Ero stata con le mie amiche: ci eravamo divertite tantissimo. Tutto è stato normale, fin quando verso l’orario di chiusura un ragazzo si è avvicinato a me.
Inizialmente mi ha posto qualche domanda: «Come stai? Qual è la tua scuola?». Le solite domande di conversazione. Improvvisamente si avvicinò per baciarmi: non ero a mio agio ed è stato difficile elaborare in quel momento la situazione. Il mio rifiuto non era stato elaborato dalla persona che avevo di fronte.
Non terminò con un bacio: il suo tono si fece più amichevole, ma aggressivo. Mi prese per il polso, tirandomi verso il bagno. Ero terrorizzata, come potete immaginare. Chiedevo aiuto ma nessuno mi considerava. I ragazzi e le ragazze che avevo incontrato nel tragitto verso il bagno non avevano detto niente, non erano intervenuti: stavano zitti a fissare la scena.
Ho provato a liberarmi varie volte invano. Poi sono riuscita in un suo attimo di distrazione a dargli un calcio, il più forte che potessi e sono uscita da lì.

Se siete testimoni di un’aggressione, non state fermi a guardare: intervenite di persona e chiamate le forze dell’ordine. Dall’altra parte c’è una vita ad avere bisogno di voi e l’indifferenza non vale».

 

L: « Era il 2020 e avevo 25 anni, il primo lockdown era appena concluso. Quando hanno riaperto la città, ho voluto condividere quei giorni di mezz’estate con degli amici di cui mi fidavo. Sono una persona solare, ma sinceramente molto ingenua in molte cose: vedo il bicchiere sempre mezzo pieno in ogni situazione.
Una sera ero desiderosa di uscire, prendere un po’ d’aria, ma nessuno dei miei amici più stretti era disponibile. Così, parlando senza tante pretese, ho sentito un ragazzo sempre della stessa compagnia per prenderci una birra in giro, (cosa potrebbe succedermi ?, siamo anche amici).

Ci siamo trovati in una zona molto trafficata di Milano e chiacchierando siamo saltati dalla prima a un po’ di birre (magari è stato il mio sbaglio?).

Quando ho capito che magari stavo oltrepassando il limite, ho pensato di tornare a casa. Lo dico al mio “amico”, ma lui mi convince a rimanere ancora un po’ di più insieme e di continuare a bere. Io ho accettato, non vedendo in questo niente di male.
Finiamo a casa sua, a pochi metri da dove ci trovavamo: in quel momento il mio istinto mi diceva che qualcosa non andava.
Non volevo essere quella paranoica, soprattutto, cosa mai potrebbe succedere a me?, (tristemente pensiamo sempre così).
Dato il mio stato non molto lucido per via dell’alcool, provo a chiamare un taxi ma non riesco a risalire all’indirizzo della casa  il quale mi viene negato). Comincio a stressarmi: qualcosa non va, sento che non dovrebbe andare in questo modo, mi sento sempre meno cosciente di quello che mi succede attorno.
Poi in un impeto di forza interiore, riesco a scendere e prendere una bicicletta sharing. Questa persona mi urla dalla finestra dicendo: “Sei un irresponsabile, come puoi tornare a casa in quello stato, vuoi che ti succeda qualcosa di grave?”.
Rifletto…. magari ha ragione, dovrei aspettare almeno l’alba e prendere un mezzo più sicuro.
(Tutto passa veloce e confuso).
Torno dentro cosa sua, spaventata dei “pericoli” che potrei provare fuori a quell’ora.
Mi chiedo ancora, sicuramente è colpa mia non dovevo arrivare a quel livello.Tornando da questa persona, ero decisa di aspettare poche ore per andare via. Gli spiego che mi sarei coricata nel letto per aspettare un paio di ore e andare via, lui accetta. Io gli ripeto che è solo per riposarmi e lo prego di rispettarlo.
Sono totalmente crollata nel letto. Mi sveglio dopo qualche ora (o così mi sembrava) e mi trovo davanti una scena del tutto inaspettata, schifosa e… non so come descriverla.
Ero senza pantaloni, e la testa di lui era tra le mie gambe. Gli dico con le poche forze che avevo di lasciarmi stare, che non volevo, che non me la sentivo e che volevo dormire, ma niente cambia, crollo di nuovo, da lì non ricordo più niente.
Allo svegliami mi trovo lui di fianco totalmente nudo.
Sono entrata in shock (è colpa mia?). Io gli ho detto di no, non volevo, non ero neanche sveglia, ma cosa è successo.


Esco correndo da casa sua in uno stato di panico mai vissuto in vita mia, lacrime, confusione.
Ho chiamato della disperazione un amico, della stessa compagnia che ascoltata la mia storia, risponde: – Non ti credo, e se fosse, sicuramente l’hai voluto tu – (mi continuo a chiedere senza riposo: è colpa mia?).
Il panico non mi faceva respirare, mi sentivo sporca, mi sentivo un’idiota, mi sentivo la peggior cosa di questo mondo.
Questa sensazione è durata ben 4 giorni dove non sono riuscita né a dormire, né a mangiare. Stavo sotto la doccia a lavarmi ogni singolo pezzo del mio corpo. Sperando che non fosse andata come immaginavo: non mi ricordo niente, io so che non volevo! E l’ho detto ! Sono stata chiara.
Finalmente una mia amica che mi ha creduto fin dall’inizio, mi ha dato la forza di andare a un centro anti-violenza.
Non è facile neanche questo processo, per esempio: in una situazione così solo vuoi rimuovere quel vissuto dalla tua vita ma l’unica cosa che fai è: ricordare mille volte cosa è successo,
perché? Perché il medico legale te lo chiederà, la psicologa te lo chiederà, il ginecologo te lo chiederà, le infermiere te lo chiederanno, l’avvocato te lo chiederà, e non solo una volta ma al meno 2-3.
Sapete, questo senso di colpa non sparisce, solo cresce ogni volta che torni a quel ricordo.
Dopo tutta quella lunga e difficile procedura ricevo i risultati del test vaginale, positivo in spermatozoidi.
La mia reazione non era più panico, non era più dubbio, era un dolore nel più profondo.
Non ricordavo niente, se non la scena che vi ho citato ma nient’altro: la psicologa dice che è un meccanismo di difesa che ha imparato la mia mente.
La storia può continuare per molte pagine, che sicuramente ancora devono essere vissute, tutto per la decisione di quella persona di fare qualcosa con il mio corpo quella notte.
Chiedo dalla mia esperienza di fare attenzione a quello che si dice a una persona che si trova in una situazione del genere: sono stata trattata come una bugiarda, una puttana, una drammatica, un caso che magari è meglio non parlarne, una che quando dice no è si, una che se l’è cercata, una che magari è meglio escludere, una che si ubriaca quindi si può approfittare, e di molto peggio.
Per favore, ascoltate: non è facile parlare, non è facile agire.
È più facile che venga doppiamente vittimizzata una persona survivor (bullizzata) che venga capita. Condivido la mia esperienza per dire a chi leggerà della mia esperienza che se anche tu hai vissuto in una situazione del genere, non se da sol* !

Cerca dei professionali della salute e loro ti aiuteranno da un punto di vista più chiaro come agire nella tua situazione, per ogni aspetto».

 

ALICE CARBONARA




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