Il diritto all’aborto esiste realmente in Italia?

“L'altra sera c'era un vecchio ad un programma serale
Inveiva contro casi come il nostro, indi per cui
Avrei stretto la mia mano sulla sua giugulare
Per dirgli: "È facile ingrassare facendo la morale alla morale altrui

 

È emblematico Ernia nel ricordare a tutti come il diritto delle donne all’accesso all’interruzione di gravidanza (IVG), cioè di abortire in modo sicuro e legale, sia ancora continuamente attaccato nel dibattito pubblico e come alle donne venga fatta pesare questa scelta, come se fosse una colpa.
Una colpa che, però, non esiste.
Sono soprattutto gli uomini, infatti, a pensare di poter prendere le decisioni per le donne, riguardo ai loro diritti, alla loro vita e alle loro scelte.

Che anche la salute di una donna sia una loro decisione.

 

“Vedi, io stavo fuori già dall'arrivo
Aveva un che di punitivo, tipo un messo in castigo
Ma nelle sale d'attesa ho capito
Temono che l'uomo possa fare pressione di qualche tipo”

 

Purtroppo, non sono solo questi a fare questo tipo di pressioni, nonostante Ernia sottolinei in maniera esemplare come si comporti la figura maschile: in maniera autoritaria, egoista, patriarcale.
Sono altrettante, però, le donne che commentano, condannano e insultano altre donne per l’applicazione di quello che è un loro diritto e, conseguentemente, una loro scelta.

Un diritto che è da difendere più che mai.

Anche se per Eugenia Roccella, la Ministra per la Famiglia, la Natalità e per le pari opportunità l’aborto non è un diritto.
Anzi, è il “lato oscuro del materno”, a detta sua.
Una dichiarazione preoccupante da parte di una ministra del governo italiano, anche se, senza troppe sorprese, è ciò che ci si aspettava da questo nuovo governo.
Un governo votato alla negazione dei diritti e dell’inclusività, alla negazione di una corretta informazione scientifica - come dimenticarsi delle affermazioni del sottosegretario al Ministero della Salute Gemmato nei riguardi dei vaccini – e una visione distorta dell’Italia, fatta di bigottismo, nazionalismo e, per non far mancare nulla, di fascismo.
“Dio, patria e famiglia”, come avrebbero detto i balilla una volta. E quelli che ci sono ancora adesso, dentro e fuori i palazzi di governo.Una trinità che non comprende le diversità culturali e l’immigrazione, ma, anzi, che ricolma i propri gesti di razzismo, molte volte esplicito.
Una realtà che è avversa alla comunità LGBTQIA+ e al diritto delle donne all’aborto, soprattutto se consideriamo che lo Stato italiano è uno stato laico.
Non cattolico.Quante, infatti, sono le pressioni anche da parte della Chiesa sull’Italia in termini di diritti umani e di aborto, andando a negarli come diritti in quanto tali, in direzione completamente opposta agli altri Stati europei.

Non è sbagliato, però, affermare che l’aborto non sia un diritto.

Perché nel nostro Stato non lo è.
La 194, infatti, non si basa sull’affermazione positiva del diritto all’aborto, ma regolamenta i casi in cui l’aborto non viene considerato un reato.
La legge si intitola “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” e all’Art. 1 dice che «lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio».

Questa, infatti, nasce per limitare il problema degli aborti clandestini, a livello sanitario, e tutela esclusivamente il diritto alla salute fisica e psichica della donna, ma non lascia spazio all’autodeterminazione personale della donna.

 

 

Sin dalla sua approvazione, la legge è stata fortemente e continuamente attaccata, sia cercando di sfruttarne alcune sue ambiguità, sia giocando sulla sua applicazione, che di fatto rimane ancora molto limitata, nonostante il 12 agosto 2020 sia stata diffusa la circolare sull’aggiornamento delle Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza fino a nove settimane compiute di età gestazionale (quindi non più sette) presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori oppure day hospital.
Fin da subito i movimenti femministi segnalarono che nel testo della 194 fossero e sono ancora presenti criticità importanti, che minano lo stesso diritto alla salute, prima fra tutti quella dell’obiezione di coscienza (che non si limita al solo al personale medico, ma comprende anche quello amministrativo), utilizzata come deliberata azione di boicottaggio e che, purtroppo, non rimane l’unica.
Al momento in Italia la maggior parte degli aborti volontari viene eseguita entro la decima settimana di gravidanza, anche se una piccola percentuale di donne chiede l’IVG quando il limite è ormai superato, magari dopo aver ricevuto una diagnosi tardiva di grave patologia o malformazione fetale, costringendo a un’unica alternativa, ossia quella di recarsi all’estero per accedere all’aborto terapeutico.
Infatti, anche se raccomandato dalle principali società scientifiche internazionali, in Italia nessuno esegue l’aborto “terapeutico” oltre la ventiduesima settimana, per non rischiare di dover rianimare un feto gravemente malato che dovesse nascere vivo.
Una legge che nega il diritto alla salute e che obbliga ad andare all’estero anche una sola donna non è una legge giusta.
E non garantisce veramente un diritto.

 

 

C’è bisogno di una legge nuova, che possa finalmente intrecciare due diritti fondamentali, quello alla salute e quello all’autodeterminazione.
A più di quarant’anni dall’approvazione della 194, la legge ha mostrato, infatti, non solo i moltissimi problemi legati alla sua mancata applicazione - per cui l’Italia è stata più volte richiamata dalle istituzioni europee - ma anche i limiti che dipendono direttamente da quello che contiene.
E a proposito di applicazione, Fratelli d’Italia, partito capitanato da Giorgia Meloni, propone «la piena applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, a partire dalla prevenzione – quindi di non arrivarci mai all’aborto per loro – e l’istituzione di un fondo per aiutare le donne sole e in difficoltà economica a portare a termine la gravidanza». Sempre la Meloni continua: «Non mi risulta sia accaduto da nessuna parte che una donna che voleva interrompere la gravidanza non abbia potuto farlo. Il diritto all’aborto in Italia è sempre stato garantito».
Ed è qui che ti sbagli Giorgia.
Riferendosi a quei contestatori che dicono che in Italia c’è un problema di accessibilità all’interruzione volontaria di gravidanza a causa dell’alto numero di obiettori di coscienza, sempre la Meloni ha detto: «Però c’è anche la coscienza delle persone, non possiamo costringere le persone a fare cose che in coscienza non si sentono di fare. Bisogna garantire la libertà. Io credo che l’equilibrio che si è creato sia un equilibrio che attualmente tiene».
Come può, allora, una donna essere libera di scegliere se nella propria città e nella propria regione non resta neppure un medico non obiettore? Come può esserle garantito un suo diritto? Che razza di equilibrio è questo?
Allora perché non dimostra la stessa preoccupazione nel garantire la libertà di poter accedere a un diritto sacrosanto?

Questa, però, è una cosa che i loro partiti e le associazioni pro-vita, alle quali strizzano gli occhi, non vogliono garantire.

E a tal proposito Emma Bonino, in risposta alle dichiarazioni di Giorgia Meloni, dice: “Nessuno obbliga un medico a fare il ginecologo se è obiettore di coscienza e nessuno può obbligare una donna ad andare in una regione diversa dalla sua per abortire. Le istituzioni devono garantire questo diritto conquistato, punto. Se la legittima libertà di coscienza dei medici mette a rischio la libertà e la salute delle donne, semplicemente si trasforma in violazione di un diritto».

Infatti, com’è possibile garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza se la situazione è questa?

 

 

Dall’analisi dei dati ottenuti da Regioni, aziende ospedaliere e ASL, ne è risultata una prima mappa che ha mostrato chiaramente che le cifre ottenute e che sono sottostimate: vi sono infatti molti specialisti che pure non essendo espressamente obiettori, di fatto non praticano l’IVG. L’inchiesta ha individuato 31 strutture (24 ospedali e 7 consultori) con il 100% di obiettori di coscienza, a cui se ne aggiungono quasi 50 con una percentuale superiore al 90% e più di 80 con un tasso di obiezione superiore all’80%. Il problema è che la Relazione ministeriale non fa emergere il dettaglio territoriale, che permette di capire veramente dove manca il servizio che possa garantire il diritto all’IVG.

 

 

La 194 stabilisce, però, dei limiti molto chiari all’obiezione di coscienza: dice innanzitutto che lo status di obiettore riguarda esclusivamente la pratica, ma niente che sia tecnicamente precedente o successivo alla pratica stessa, come ad esempio la consegna del documento che attesti lo stato di gravidanza e la volontà della donna di interromperla, documento che è necessario per l’aborto. Stabilisce che l’attestazione necessaria per accedere all’IVG possa essere rilasciata da un medico del consultorio, della struttura sociosanitaria o dal medico di fiducia e dice che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenute in ogni caso ad assicurar» che l’IVG si possa svolgere.
Stabilisce quindi che l’obiezione debba riguardare il singolo medico e non l’intera struttura.
Come in Lombardia, una delle regioni dove si spende meno per la medicina territoriale e dove i consultori privati accreditati di ispirazione cattolica hanno già dal 2000 la possibilità di fare “obiezione di coscienza di struttura”.
Una situazione illegale e completamente ingiusta.
Per questo, l’obiezione di coscienza entra in conflitto con il diritto alla tutela della salute della donna quando non c’è equilibrio tra il numero di obiettori e di non obiettori, perché ci sono delle responsabilità nell’erogazione di un servizio che deve essere garantito per legge.

Per questo, come dice Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, è necessario un albo pubblico dei medici obiettori, perché le donne che vogliono interrompere una gravidanza devono sapere quale sia l’orientamento del loro medico.

E soprattutto sapere che possono accedere facilmente all’interruzione, favorendo sempre più quella di tipo farmacologico, senza dover intervenire chirurgicamente e senza obbligo di ricovero.

De-ospedalizzare l’aborto significa, da una parte, riorganizzare i servizi ma, d’altra parte, una maggiore possibilità di autogestione da parte delle donne.

Anche qui, però, i problemi non sembrano finire, nonostante le nuove linee guida del 2020 a favore dell’interruzione farmacologica e della de-ospedalizzazione di quest’ultima, costituita dall’assunzione al giorno uno di mifepristone (la famosa RU486) e del misoprostolo (prostaglandine), che si assume il terzo giorno per via buccale o sublinguale (la pasticca va sciolta lentamente tra le pareti della bocca e non inghiottita intera) o vaginale e che provoca l’espulsione.

Infatti, i partiti di destra e le organizzazioni integraliste pro-vita hanno fatto un fronte comune: in alcune regioni hanno apertamente boicottato il diritto delle donne di poter scegliere per la propria salute.

  • Nel 2019, in Umbria, Donatella Tesei, esponente della Lega, aveva firmato un “Manifesto valoriale” promosso da sette associazioni antiabortiste per sostenere «la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna» e «la vita, dal concepimento fino alla morte naturale». Una volta eletta, e coerentemente con quanto sottoscritto, Tesei aveva abrogato una legge regionale approvata dalla precedente amministrazione di centrosinistra che prevedeva l’assunzione della RU486 in day hospital, costringendo le donne al ricovero per l’accesso all’IVG.
  • A fine gennaio, la maggioranza di centrodestra delle Marche guidata da Fratelli d’Italia aveva deciso di opporsi all’aborto farmacologico e alle nuove linee di indirizzo ministeriali per la piena applicazione della 194 in una regione dove su 137 ginecologi ospedalieri, 100 sono obiettori di coscienza. Il capogruppo al consiglio regionale di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli, per giustificare le limitazioni all’uso della pillola abortiva, aveva citato l’imminente pericolo di una «sostituzione etnica», sostenendo che in loro assenza aumenterebbero i bambini con genitori “stranieri” e diminuirebbero invece quelli italiani.
  • A inizio febbraio, la regione Abruzzo – governata da Marco Marsilio di Fratelli d’Italia – ha inviato una circolare alle Aziende sanitarie locali «affinché l’interruzione farmacologica di gravidanza con utilizzo di mifepristone e prostaglandine sia effettuata preferibilmente in ambito ospedaliero e non presso i consultori familiari».
  • Al Consiglio regionale della RegioneLiguria, Fratelli D’Italia si era astenuto dall’ordine del giorno presentato dal PD sull’accessibilità all’IVG nelle strutture sanitarie del territorio.
  • La quarta commissione della RegionePiemonte aveva, invece, approvato una delibera per istituire il “Fondo Vita Nascente”: 460 mila euro per organizzazioni e associazioni pro-vita per il biennio 2022-2023.

 

A fine settembre, su iniziativa di Fratelli d’Italia e con il sostegno del presidente Alberto Cirio di Forza Italia, aveva diramato una circolare che non solo mette in discussione le nuove modalità di accesso alla pillola abortiva RU486 nei consultori (la vieta), ma finanzia e rafforza l’ingresso delle associazioni antiabortiste negli ospedali pubblici. Prevede infatti l’attivazione di sportelli informativi pro-vita all’interno degli ospedali che praticano IVG.

Ultima, ma non ultima: il senatore di Forza Italia Gasparri, alla prima seduta a Palazzo Madama, ha presentato un Ddl per modificare l’Art. 1 del Codice civile in materia di “riconoscimento della capacità giuridica del concepito”.

Nonostante i continui attacchi e i continui ostacoli, noi di This Unique non smetteremo di lottare e di fare una corretta informazione.

Di combattere e fare opposizione perché i diritti di ogni singola donna vengano rispettati.

Affinché ogni donna, se ne avrà bisogno, possa accedere all’aborto senza alcun impedimento.

Perché ognuno di noi possa vivere la propria vita con il pieno rispetto dei propri diritti.

 

LORENZO CIOL 

 

 

 

 

 




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