Vivere il tabù mestruale

Ricordo molto bene il giorno in cui arrivarono le mie prime mestruazioni. Avevo 15 anni e tanta voglia di sentirmi, finalmente, una donna.

Era una domenica, e com’ero solita a fare in questa giornata, stavo giocando un’importante partita di pallavolo. Me la cavai piuttosto bene e riuscimmo a portare a casa la vittoria.

Per raccontare questa breve storia, però, dovrei partire dal contesto. E il contesto era un po’ diverso da quello che si potrebbe immaginare.

Non mi sono mai sentita veramente parte della mia squadra. Di nessuna squadra. Ero timida ma verace, e in campo ero molto severa. Sia con me stessa, che con gli altri. La vittoria, per me, ha sempre simboleggiato un senso di rivalsa. In quel caso sull’avversario. Volevo vincere non per dimostrare di essere forte, ma per dimostrare a me stessa e alle avversarie che anch’io meritavo di essere in quello stesso posto. Che, in qualche modo, eravamo uguali. Che il mio impegno, anche se avessimo perso, sarebbe stato all’altezza del loro. Perché era lo stesso e identico.

“Siamo comunque uguali”.

Con il senno di poi, non mi è difficile capire che stavo inconsciamente cercando un posto, un luogo, una situazione della quale sentirmi fisicamente parte. La stessa cosa, infatti, accadeva già tre volte a settimana nello spogliatoio della palestra. I miei occhi vedevano costantemente le mie compagne svestite, nude, a proprio agio nel loro corpo formoso, lavarsi una accanto all’altra. Parlavano di ragazzi e di mestruazioni; si scambiavano assorbenti.

Ero l’unica delle ragazze a non avere avuto ancora “il ciclo”, a non avere ancora un briciolo di seno o di forme. Ero ancora nelle sembianze di una bambina sebbene, dentro, non lo fossi affatto.

Il mio corpo acerbo e il mio sviluppo ritardatario rappresentavano, ai miei occhi di ragazzina in quella fase difficile dell’adolescenza, un ostacolo verso quell’accettazione, quel senso di partecipazione e di “vittoria” sopracitato che volevo provare nei confronti delle mie compagne. Al di fuori di quella rete e di quella palla bianca, noi non eravamo affatto uguali.

Nemmeno l’argomento “ragazzi” riusciva a farmi uscire dal mio guscio. Dopotutto, la mia forte timidezza e la mia bassa autostima non mi aiutavano di certo nell’approccio spesso disastroso che avevo con l’altro sesso. E, uscire allo scoperto, mi avrebbe fatto sentire giudicata. Cosa che, sicuramente, sarebbe poi accaduta.

E così, lo ammetto, iniziai a mentire. Non fu affatto una cosa studiata, successe e basta. Facevo finta di avere le mestruazioni anch’io, dilettandomi nel raccontare qualche breve aneddoto che avevo sentito dire da mia sorella in giro per casa. Mentire, però, non funzionò ugualmente. Perché, arrivata a quel punto, mi sentivo molto più impostore che bambina.

E quindi sì, ricordo perfettamente il giorno in cui ebbi la menarca, perché una felicità e un senso di sollievo invase tutto il mio corpo. Rimasi così, incantata e sorpresa, mentre osservavo le mutande abbassate sulle mie ginocchiere e sui miei calzettoni da partita. Toccava, finalmente, a me. Avevo vinto, ma vinto davvero. Improvvisamente, ero “diventata" una donna.

 

Questa storia, in realtà, raccontandola a distanza di tanti anni e di tanti cicli mestruali, mi ha dato grandi spunti di riflessione. Penso al mio punto di vista, quello che vi ho appena spiegato, a quella celebrazione che è stata per me il mio ciclo mestruale e poi, però, penso a quell’alone di tabù che circonda questo evento naturale e fisiologico che investe ogni donna in età fertile e che spesso, dalla società, viene visto come qualcosa di impuro e minaccioso. Come, citando alcune frasi che ho sentito dire durante la mia vita, “qualcosa di cui non potersi fidare. Sanguina 5 giorni al mese e non muore mai”.

Ricordo bene mia madre, dopo l’arrivo delle mestruazioni, rammentarmi di non dirlo assolutamente mai ad alta voce se fossi stata in “quel momento”. Ricordo gli assorbenti nascosti nelle maniche del maglione quando si chiedeva al professore il permesso di andare in bagno, oppure, attualmente, i diversi “shhhhh!” che mi tuonano le mie conoscenti quando dico a voce alta : “Ce l’hai un assorbente?”.

Non sono una sociologa esperta e nemmeno una grande intellettuale. Nel corso degli anni e sopratutto crescendo, ho iniziato a notare cose che prima mi era difficile vedere. Vuoi un po’ la cultura con la quale siamo sempre stati cresciuti, vuoi un po’ la società, sua conseguenza, adagiata e creata su schemi ripetitivi e difficilmente influenzabili rispetto ai cambiamenti sociali e storici in atto. Ho sempre pensato che la donna con le mestruazioni fosse vista come una persona “fuori controllo”. Inerme, in preda a un tempesta ormonale che la rende cattiva, pericolosa, nervosa. Fragile. Come se non potesse essere in grado di controllare il proprio corpo.  Come se fosse una sua scelta, un “disturbo”, una sua debolezza e non un fattore fisiologicamente normale. Come se, in quei giorni, fosse in una situazione fisica ed emotiva di cui vergognarsi, da nascondere, in grado di trasformare “la più pura e accomodante donna” in un mostro cattivo e sessualmente impuro. Sarà per questo, chissà, che durante la gravidanza, e quindi in assenza delle mestruazioni, la donna viene sempre adorata e venerata. Viene definita più bella, radiosa, più calma. Più pura. Come se, in qualche modo, potessimo essere definite così solo in quanto madri o in procinto di diventarlo.

Tempo fa, inciampai in un articolo molto interessante. La giornalista, ovviamente, era una donna e riportava alcuni estratti del libro di Giuliana Sgrena “Dio odia le donne”. Riassumeva, in 5 minuti di lettura, la visione delle mestruazioni femminili secondo le religioni sparse per mondo le quali, nei secoli, hanno contribuito a rafforzare l’idea secondo cui le donne sono “colpevoli” di avere le mestruazioni andando poi così ad aumentare lo stigma femminile condannandole, appunto, all’isolamento e alla vergogna. Se ne para nel Corano, nell’Ebraismo, l’Induismo fino ad arrivare al Cristianesimo.

E considerato quanto impatto abbiano ancora le religioni sulla nostra cultura, questa ricerca fa a dir poco rabbrividire tanto quanto fornisce una serie di risposte a modelli comportamentali patriarcali  ormai fortemente radicati.

D’altronde, qualche mese fa, quando chiesi al mio allenatore come si organizzavano le atlete femminili professioniste durante le competizioni importanti qualora avessero avuto il ciclo mestruale, davanti alla mia pura curiosità mi sentii rispondere (non da lui) : “Noi uomini, invece, siamo sempre pronti”.

Come se, appunto, fosse una debolezza e una scelta, qualcosa che mi rende ancora più fragile agli occhi di una categoria di uomo, lo stesso che, per avvalorare questa tesi, è contrario al congedo mestruale. Perché: Non puoi avere “trattamenti” extra che io non posso avere.

E, dato che ti lamenti, comprati pure i tuoi assorbenti (ormai beni di lusso), dato che non te li riconoscerò mai come beni essenziali.

 

Detto questo, ho voluto iniziare questo articolo con la mia storia perché, a distanza di tempo, la porto ancora nel cuore. Per mettere in contrasto la netta differenza che vi è tra vivere le mestruazioni, nel bene e nel male, e parlare, senza sapere, di mestruazioni. Per non vederle solo come evento, ma anche come componente psicologica, senso di appartenenza. Penso che, in qualche modo, discutere liberamente di queste possa normalizzarle e contribuire alla perdita del potere negativo che le ha sempre accompagnate. Iniziando a vederle non solo come una “condizione femminile” ma come un argomento che riguarda ognuno di noi.

VALENTINA DALLARI




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